Il disagio psicologico a causa del coronavirus

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L’emergenza sanitaria causata dal coronavirus indubbiamente ha cambiato la nostra vita e le nostre percezioni. Comportamenti ritenuti normali e quotidiani, attività svolte con nonchalance, come se fosse qualcosa di scontato e dovuto, adesso sono diventate proibite o comunque limitate e imbrigliate in rigide norme da rispettare. 

A chi non è mai capitato di non riuscire ad addormentarsi durante queste notti? E quanti si sono sentiti spenti fisicamente e mentalmente? Chi non ha provato timore, magari scostandosi con uno scatto repentino, per il contatto con un altro soggetto o con un oggetto magari per paura di poter essere contagiato? E infine, quanti, una volta tornati a casa, non hanno sentito la necessità di disinfettarsi le mani più e più volte? Tali situazioni possono causare o accentuare ciò che comunemente chiamiamo ansia, tristezza e stress. Sono tutte sensazioni quotidiane e soprattutto estremamente normali durante questo periodo. L’interesse per tali manifestazioni ha caratterizzato la ricerca scientifica, permettendo di capirne le cause e trovare eventuali soluzioni adeguate: già Freud si occupò dell’angoscia, che può essere causata da vari fattori. Mentre più recentemente Beck si è occupato dell’ansia e della depressione in particolar modo, considerando la prima come qualcosa di funzionale.

Al di là di ciò che si possa pensare, l’ansia è una reazione umana normalissima e permette di prepararci a un pericolo probabile o ipotizzato. Da ciò si può capire come sia utile alla nostra sopravvivenza in alcuni casi, ma quando supera una certa soglia, diventa patologica, ossia interferisce rispetto alle nostre attività comuni e ci induce magari ad evitare di uscire anche in situazioni di necessità o magari a temere che possa accadere qualcosa di spiacevole, anche in una situazione normalissima.

La tristezza, invece, è uno stato emotivo che ci permette di elaborare una situazione spiacevole, come una separazione forzata o la perdita di una persona cara a causa di questa pandemia in corso, e di riflettere su eventuali conseguenze. La tristezza deve essere considerata una reazione normale e funzionale, fintanto che non supera certi limiti e diventa costante o, viceversa, è assente, quando invece ci si aspetterebbe che il soggetto sia triste. Nel caso diventi prolungata, si parla di episodio depressivo, che può sfociare in una depressione vera e propria.

Infine, lo stress indica la reazione dell’organismo a qualsiasi richiesta eccessiva rispetto alle capacità che il soggetto possiede e che può o stimolarlo o affaticarlo. In particolare, se l’evento stressante è prolungato rischia di “esaurire” le energie fisiche e mentali che il soggetto possiede. Ecco perché si dice che una persona è “esaurita”, quando è particolarmente stressata. Di solito lo stress si presenta con: sintomi fisici, come mal di testa, dolori vari e diffusi, insonnia; sintomi emozionali intensi come rabbia, ansia e tristezza; sintomi cognitivi come la difficoltà a concentrarsi e a prendere decisioni.

Uno studio condotto da Open Evidence in collaborazione con BDI-Schlesinger Group e con ricercatori di diverse università (Open Evidence, 2020) ha evidenziato come al termine di questa pandemia, il 41% della popolazione italiana rischi di presentare disagio psicologico, e quindi di sviluppare i tre problemi indicati.

Fortunatamente ci sono dei rimedi che possono ridurre temporaneamente tali sensazioni. L’Organizzazione Mondiale della Sanità ce ne propone alcuni: parlare con un amico, un familiare o il proprio partner telefonicamente o in videochiamata; mantenere uno stile di vita sano e fare attività fisica in casa o se possibile in strada; cercare informazioni corrette e verificate, e soprattutto non cercarle costantemente.

Da un punto di vista prettamente psicologico, vi sono delle modalità di gestione di tali reazioni definite strategie di coping finalizzate al riconoscimento e all’accettazione delle emozioni e dei pensieri sperimentati che sono ovviamente funzionali, al contrario di altre strategie di coping che risultano disfunzionali. A tal proposito una strategia disfunzionale è la ruminazione, cioè il riflettere in maniera costante e pedante su un pensiero, una preoccupazione, una situazione; oppure l’evitamento, attraverso cui il soggetto evita una situazione o un pensiero o un’emozione per paura di non saperla gestire, e ciò determina la creazione di un circolo vizioso patologico. Barlow ed altri ci parlano di schema dell’ansia, secondo cui il soggetto evita una situazione che ritiene spiacevole andando a rafforzare la sua paura nei confronti di quest’ultima. Un altro studio invece, evidenzia come la ruminazione possa causare la depressione. Dalgleish afferma che l’espressione delle emozioni negative permette di elaborarle e di ridurre la loro intensità.

Tra le strategie di coping funzionali, che possono essere facilmente applicate vi sono: la mindfulness, che è una forma di meditazione da praticare inizialmente con l’aiuto di un tutor. La defusione, ossia una tecnica che consiste nel concepire i pensieri e le emozioni in quanto tali e nel cercare di disidentificarsi con essi; la tecnica del sé compassionevole, ossia immaginare di essere un soggetto estraneo e di pensare a sé stessi in termini di pensieri ed emozioni, in maniera compassionevole e cercando di riconoscere ed etichettare le emozioni che fluiscono. Tali tecniche sono solo una piccola parte e non devono essere concepite come escludentisi, ma possono essere integrate e applicate costantemente e in maniera complementare.

Infine, nei casi in cui tali problematiche dovessero persistere è consigliabile rivolgersi a uno psicologo di fiducia o chiamare il numero 800.833.833 che sapranno fornire indicazioni precise e un sostegno immediato. 

Simone Cirillo

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