“Verde speranza”: ripensare il mondo in chiave green

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“Ad ogni azione corrisponde una reazione uguale e contraria”.

Prima di diventare una didascalia o un cinguettio da social network, questo enunciato venne formulato da Isaac Newton, che lo definì terzo principio della termodinamica, noto anche come principio di azione e reazione.

Contrariamente agli assiomi geometrici, incontestabili ed incontrovertibili per definizione, la verificabilità empirica di questa legge naturale è alla portata di ciascuno di noi, tanto da poter rientrare nella categoria aristotelica dell’epistème, intesa come forma più autentica di conoscenza, scienza certa.

Ed invero, negli ultimi tempi, abbiamo osservato il succedersi di una moltitudine di effetti in conseguenza al deflagrare di un evento imprevisto ed imprevedibile, come l’esplosione di un’epidemia su scala mondiale.

Singolare è stata senza dubbio l’emersione di una sorta di “lessico della quarantena”, ovvero la nascita spontanea di una raccolta di locuzioni descrittive della nuova realtà, divenute ben presto di uso comune.

Una di queste è senza dubbio «La natura si riprende i suoi spazi». Quante volte l’abbiamo sentita pronunciare?

In effetti, sembrerebbe proprio che al ritiro forzato dell’uomo dai palcoscenici mondiali, abbia fatto da contraltare la ri-espansione della vita vegetale ed animale, relegate dall’Homo sapiens in angusti spazi.

Di modo che, tra un bollettino di guerra e l’altro, pronti ad aggiornarci sulla tremenda conta dei morti da Covid-19, si sono diffuse liete immagini di delfini che nuotavano indisturbati nei dintorni del Golfo di Napoli, di caprioli che litigavano al centro della strada nel Verbano, o ancora di cervi che sfilavano indisturbati tra le vie di Villetta Barrea, in provincia de L’Aquila.

Del resto, anche la flora ha avuto il suo momento di gloria, documentato dalle immagini di vegetazione rigogliosa, arenili ripuliti e fondali marini che avevano riacquistato parte della loro originaria composizione (vedi le meravigliose immagini raccolte dai sub del nucleo dei Carabinieri nel Golfo di Napoli durante il lockdown pubblicate sul sito del Ministero dell’Ambiente).

Immagini che, senza dubbio, hanno risollevato per un momento i nostri animi dalle tribolazioni dovute alla fase più dura dell’emergenza.

Mondo di sofferenza: eppure i ciliegi sono in fiore”

Recita il noto haiku di Kobayashi Issa.

Parrebbe proprio di sì, se non fosse che ormai la “fase uno” è finalmente (e si spera, definitivamente) archiviata, ed è tempo di ritornare a far girare nuovamente la giostra. Con le dovute precauzioni, ben inteso.

Il problema è che la situazione ambientale prima del Covid-19 non era poi così rosea, e la necessità di adottare soluzioni opportune era invocata da più parti già da tempo.

Se è vero – com’è vero – che spesso idee e soluzioni brillanti nascono nei momenti di crisi, dettate dalla necessità di riadattarsi ad un mutato contesto, è questo il momento di trasformare i summenzionati proclami, in azioni concrete.

Non dimentichiamoci che l’uomo perde il pelo ma non il vizio, tant’è vero che stanno già circolando tristi immagini di mascherine e guanti in lattice gettati serenamente in terra o abbandonati ai margini della strada, con buona pace delle norme di igiene, oltre che dell’educazione civica di base.

Dove sono finiti i lanciafiamme quando servono?

Nonostante l’aver sperimentato sulla nostra pelle quanto sia imprescindibile la tutela della salute per un’esistenza che sia degna di essere vissuta – con il suo ineliminabile corollario della necessità di preservare un ambiente altrettanto salubre – la situazione sembra sfuggire nuovamente di mano e lascia percepire un elevato rischio di recidiva, più che una sensibilizzazione ed un sano recupero del senso di responsabilità (e civiltà) di ciascuno di noi.

A dovere di cronaca, occorre precisare che lo smaltimento di guanti e mascherine non è il solo aspetto problematico del post Covid; di fatti, la ritrovata passione per la plastica monouso in bar, uffici, supermercati e ristoranti, salvifica a fini della salvaguardia da ulteriori rischi di contagio, rinnova, invece, le preoccupazioni per un mondo sempre più sommerso dalla plastica e fa riemergere lo spettro dell’isola di plastica che continua a galleggiare indisturbata al largo del Pacifico, ormai estesa per un’area grande quanto Spagna e Portogallo messi insieme.

Non dimentichiamoci, che l’altro grande punctum dolens del lockdown è stata la batosta subita dall’economia e dal mondo dell’occupazione, con conseguente urgenza di far ripartire entrambe. Dunque, quale momento migliore per aprire gli occhi ed investire seriamente e responsabilmente nel riciclaggio, nonché in materiali e tecnologie eco-friendly, che oltre a dare una grossa mano all’ambiente, contribuirebbero a creare nuove opportunità occupazionali ed un impatto positivo sul PIL. “Due piccioni con una fava”, si direbbe.

È appena il caso di segnalare il provvedimento adottato di recente dal Ministero dell’Ambiente, di concerto con il Ministero delle Infrastrutture e dei Trasporti, per incentivare forme di trasporto eco-sostenibili e garantire la circolazione delle persone nelle aree urbane, a fronte delle limitazioni del trasporto pubblico locale causate dal Covid-19.

A partire dalla data del 4 maggio 2020 e fino al 31 dicembre 2020, a chi deciderà di acquistare biciclette (anche a pedalata assistita), monopattini, hoverboard e segway, oppure di usufruire di servizi di mobilità condivisa ad uso individuale (esclusi quelli mediante autovetture) spetterà un bonus, che coprirà il 60% della spesa sostenuta fino ad un massimo di 500 euro.

Si potrà accedere al bonus utilizzando un’app in via di predisposizione, che sarà accessibile anche dal sito del Ministero dell’Ambiente. Dal 1° gennaio 2021 l’erogazione del Buono mobilità proseguirà previa rottamazione di altro veicolo.

Vi abbiamo visti rimpinzarvi di torte durante la quarantena, ora è il momento di pedalare.

Valeria Ricca

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