Please, I CAN’T BREATHE

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«Ho appena visto il video dell’omicidio. Aspetta, mi riprendo un attimo, poi inizio a scrivere.»

È così che decido di partire per stilare questo articolo, confessando con sincerità i miei sentimenti e le miei impressioni, che ritengo, per questa volta, non debbano assolutamente essere messe da parte. Per quanto la “professione” di giornalista , dalla quale mi dissocio, ritenga che si debba assumere una posizione neutra in qualsiasi racconto in modo che l’informazione passi senza filtri, cosicché i lettori possano avere un loro pensiero. Mi scuso, perché questa volta non sarà così. Passeranno molte emozioni, molti pensieri. Mi assumerò ogni responsabilità, poiché in fondo giornalista non lo sono.

Queste sono state le mie parole. Sull’asfalto, invece, le ultime parole di George Floyd sono state «i can’t breathe», «non posso respirare».

Sulle strade di Minneapolis un uomo ha perso la vita. Disteso a terra, inerme, senza possibilità di muoversi e di liberarsi. Secondo gli agenti, che noi chiameremo giustizieri, perché è quello che sono stati, sul Chicago Avenue South l’uomo appariva sotto effetto di droghe e una volta fermato, avrebbe opposto resistenza all’arresto.

Sempre secondo gli agenti, che noi chiameremo aguzzini, perché è quello che sono stati, spingere con forza il ginocchio sul suo collo per sette minuti era la scelta giusta per fermarlo.

Secondo gli agenti, che noi chiameremo assassini, perché è decisamente quello che sono stati, il decesso di George è dovuto ad un incidente medico.

Gaia Maggio «Autoritratto unidirezionale»

È diventato ormai virale il video postato su Facebook che ritrae l’effettivo omicidio di un uomo afroamericano da parte delle forze dell’ordine, perché è esattamente quello che è successo, è stato commesso un omicidio. Di fronte ai passanti visibilmente scossi, gli agenti non hanno battuto ciglio. Ma soprattutto di fronte alle parole agognanti di Floyd, gli agenti non hanno smesso di torturarlo. Quel ginocchio sul suo collo è rimasto lì anche quando ormai George non si muoveva più.

«Smettetela, non respira!». «Non è così che si fa, agente!». «Controllategli il polso, non si muove. Prima si muoveva, ora non più! Controllategli il polso». «L’avete ammazzato!» «Quando sono passata di lì, era già a terra, i poliziotti lo tenevano bloccato e lui urlava, ma loro non lo ascoltavano. La sua testa era così schiacciata a terra che gli usciva sangue dal naso».

Floyd ha avuto un pubblico ammirevole durante la sua esecuzione, i loro sforzi non hanno potuto salvargli la vita. Di fronte alla divisa degli agenti, le loro uniche armi erano il cellulare e la parola. Eppure, una città intera si sta mobilitando in questo momento per urlare il suo nome, in protesta al potere folle e delirante delle forze dell’ordine. Mi piacerebbe poter contestualizzare questa disfunzione soltanto nel territorio americano, ma non posso farlo. Non posso ignorare le altri morti ingiuste e ingiustificate messe a puntino dalle forze armate. Soltanto in Italia possiamo fare i nomi di Stefano Cucchi, Aldo Scardella, Riccardo Boccaletti. La Turchia lascia morire Shady Habash, Ibrahim Gokce, Helin Bolek. E chissà in quante altre parti del mondo.

Quel che sorprende, però, è il fatto che in America succede una cosa ben differente rispetto alle altri parti del mondo. Negli Stati Uniti, la maggior parte delle persone incarcerate sono nere. La maggior parte delle persone fermate dalla polizia, indagate, che subiscono processi anche per fatti a loro estranei o giustiziate nel braccio della morte, sono nere.

Ottobre 1966, programma del Black Panther Party.
Punto 7: vogliamo una fine immediata alla brutalità della polizia e all’omicidio dei neri.
Punto 8: vogliamo la libertà per tutti gli uomini di colore detenuti nelle prigioni non avendo ricevuto un processo equo e imparziale
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Capire perché in America il razzismo sia così diffuso comporterebbe aprire decine e decine di libri di storia. Il problema reale è riflettere sul fatto che non sia scomparso per niente e probabilmente non scomparirà, nonostante la crescita industriale, la globalizzazione, l’era tecnologica, anzi. Forse questi cambiamenti non hanno fatto altro che incrementare il silente disprezzo verso la comunità nera, decisamente non meritevole di essere parte e gioire delle ricchezze americane.

Questa riluttanza ha comportato negli anni non soltanto l’emarginazione del popolo nero, ma anche la trascuratezza dei loro bisogni e necessità di fronte allo Stato e alle Autorità.

Nel 1989 cinque adolescenti afroamericani di Harlem vennero condannati per omicidio e stupro di una giovane donna di 28 anni. Gli agenti dovevano chiudere il caso, trovare immediatamente il colpevole non aveva importanza che fossero bambini e, guarda caso, neri. I cinque neanche si conoscevano al tempo, hanno fatto amicizia durante il processo. Le indagini sul caso della Jogger furono così assurde e sconsiderate che, ancora oggi, creano scalpore. Tutti i ragazzi, del tutto innocenti, vennero condannati a quindici anni di reclusione nei carceri di massima sicurezza. Soltanto una volta usciti, ci fu una svolta nelle indagini che li assolse da tutte le accuse, purtroppo già scontate. Vengono oggi ricordati come i cinque di Central Park.

Un anno prima in Alabama nel 1988, Walter McMillian, afroamericano, venne processato per omicidio e condannato a morte, ingiustamente accusato di aver ucciso una donna, sulla base di coercizione e falsa testimonianza. Grazie all’aiuto del suo avvocato, Bryan Stevenson, venne assolto. Purtroppo non toccò lo stesso ai suoi compagni di cella. Molti di loro furono giustiziati sulla sedia elettrica, alcuni totalmente innocenti.

Ancora, nel 1967 Detroit fu al centro dell’attenzione pubblica per le rivolte per i diritti civili degli afroamericani. Il motivo delle proteste era semplice: stanchi del continuo stato di oppressione della città e del quartiere, gli abitanti cominciarono a creare disordini e manifestazioni.

Una notte, durante una retata, i poliziotti sentirono degli spari provenire da un Motel. Arrivati sul posto, non trovarono nessun proiettile e nessuna pistola, poiché era uno scherzo messo in piedi dagli ospiti del Motel. Presero, allora, in ostaggio tutti loro (quattro afroamericani e due bianche). Li torturarono, li spaventarono, solo tre di loro uscirono da lì vivi. Gli agenti vennero tutti assolti.

Accade anche che la componente razziale giochi un ruolo determinante durante i processi. Nel famoso caso di O.J. Simpson, il suo avvocato fu particolarmente attento nell’accendere i riflettori sulle tematiche razziali in America, che il dibattito si spostò dal ritenere O.J colpevole di reato per attendibilità di prove, al ritenerlo colpevole soltanto perché nero. Fu assolto, ma ancora ci si interroga sulla sua reale innocenza.

Altre volte l’ingiustizia umana non si muove per mano di agenti, ma tramite i cittadini. È quello che accadde nel 1984: la stampa lo soprannominò “il giustiziere della metro“. Sparò a sangue freddo quattro ragazzi afroamericani, nella metropolitana di New York, perché «aveva paura di essere rapinato». La vicenda divenne uno spartiacque. Da un lato, c’era chi lo acclamava, cittadini stanchi della criminalità americana, dall’altra parte invece c’era chi era stanco di far finta di niente, e le proteste continuarono per la comunità nera.

Le proteste per la comunità nera, in effetti, non termineranno mai. Quel video è la consapevolezza reale del fatto che mai se ne vedrà la fine. Le ingiustizie non si sono fermate al 1990, continuano fino ai giorni nostri. E non importa quanti leader nel mondo abbiano potuto avere, questa grande cicatrice l’America non riuscirà a risanarla. Talmente impiantata nelle antiche cellule patriottiche americane, che inducono a scindere l’uomo bianco dall’uomo nero, ancora tessendo il rapporto osceno tra lo schiavo e il suo padrone. Avere un leader, una comunità che ti rappresenta mette nero su bianco la necessità che ha un popolo nell’essere difeso. Trovo sbagliato l’esistenza di un leader. Trovo sbagliata l’esistenza di una comunità nera. Trovo erronea la stratificazione, la scissione, la catarsi di una società.

In tanti si sono mobilitati per i diritti di George Floyd, così come si mobilitarono nel 2014 per Eric Garner, anche lui morto soffocato durante un arresto. Floyd non sarà il primo, ma temo neanche l’ultimo. A differenza di quanto successo nei casi narrati o in altri casi simili, le autorità hanno preso le distanze dagli agenti coinvolti nella vicenda, i quali sono stati poi licenziati e radiati. Capi di Stato, sindaci, personaggi pubblici hanno urlato a gran voce il nome di George.

Suppongo siano grandi le speranze, ma quante volte è già successo? È così triste il ripetersi dei fatti su questa moviola infinita, sporca di sangue e di indifferenza. De Andrè cantava:

«Non avevano leggi per punire un blasfemo; non mi uccise la morte, ma due guardie bigotte. Mi cercarono l’anima a forza di botte».

Essere blasfemi per definizione significa essere oltraggiosi, irriverenti di fronte ad un credo religioso. Ai punti limiti, significa essere quasi una bestemmia nei confronti della società. Il popolo nero da anni continua ad essere trattato come blasfemo nei confronti di una Nazione che quasi finge di accettarlo. Credo che non si debba accettare un popolo, ma co-esistere insieme, nel mondo, indipendentemente dal colore della propria pelle. Ancora oggi, invece, avere un colore differente, un accento più scuro, induce gli individui a trattare il diverso come una minoranza.

Essere neri significa essere criminali, significa essere sporchi, essere ladri. Non importa quanto successo potrai avere negli studi, nella carriera, ci sarà sempre qualcuno dall’altro lato che penserà chissà dove l’hai rubata questa macchina. Qualcuno che avrà poca fiducia in te, nelle tue qualità e competenze; che si sposterà sui sedili della metro o del bus. Ci sarà sempre qualcuno che farà finta di nulla, se avrai avuto un’ingiustizia, perché sarai un nero in meno sulla coscienza. Allora se è questa l’America dei sogni, lo Stato più bello e libero al mondo, allora se è questo quello che chiamano il sogno americano, io credo che l’America debba smetterla di sognare, ed inizi ad aprire gli occhi.

«Prima di tutto io sono nera. Ho consacrato la mia vita alla lotta per la liberazione del popolo nero, il mio popolo asservito, imprigionato!
Il motivo per il quale noi siamo costretti con la violenza a vivere miseramente, ad avere il livello di vita più basso di tutta la società americana, è in stretto rapporto con la natura del capitalismo. Se noi riusciremo un giorno ad emergere dalla nostra oppressione, dalla nostra miseria, se riusciremo un giorno a non essere i bersagli di una mentalità razzista, di poliziotti razzisti, dovremo distruggere il sistema capitalistico americano. Bisognerà sopprimere un sistema nel quale si garantisce a qualche ricco capitalista il privilegio di continuare ad arricchirsi, mentre un intero popolo, costretto a lavorare per i ricchi, non può mai elevarsi in maniera sostanziale, e ciò vale soprattutto per i neri. Il popolo nero, il cui lavoro e il cui sangue hanno reso possibile edificare questo paese, ha diritto ad una gran parte delle ricchezze che hanno accumulato gli Hugh, i Rockefeller, i Kennedy, i Dupont, tutti gli strapotenti capitalisti bianchi d’America. I neri non dovrebbero essere costretti a fare una guerra razzista e imperialista nel Sud-Est asiatico, dove il governo USA rifiuta con la violenza più inumana ad un popolo non bianco il diritto di autogovernarsi, esattamente allo stesso modo in cui, durante interi secoli, ha usato la violenza per sopprimerci.»

Angela Davis

Urliamo i loro nomi, le loro storie, forte. Fortissimo. Non dimentichiamo questi volti. Non è più possibile accettare uno Stato di polizia che legittima la forza e l’oppressione, per un ideale di supremazia razziale che oramai fa troppa fatica a respirare eppure resta in vita. Ancora, e ancora, e continua ad uccidere, ancora e ancora.

Giusi Mangiacapra

Napoli, 24 anni, laureanda in Servizio Sociale. Teatro, musica, cinema, bud's e diritti umani.

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