“The Roswell incident”, a metà tra leggenda e realtà

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Era l’8 luglio 1947, quando il tenente Walter Haut, addetto alle pubbliche relazioni della base militare di Roswell, contea di Chaves, New Mexico, diffondeva un comunicato, che così recitava:

Le tante voci sull’esistenza dei dischi volanti sono diventate realtà ieri, quando il Reparto Informazioni del 509º Gruppo da Bombardamento dell’Ottava Forza Aerea del Campo di Aviazione di Roswell, con la collaborazione di un allevatore e dello sceriffo della contea di Chaves, è entrato in possesso di un disco […] L’aeronautica ha provveduto a rimuovere il disco dalla proprietà dell’allevatore per esaminarlo“.

Il primo a parlare fu William Ware Mac Brazel, un contadino della cittadina di Corona. L’uomo dichiarò di aver udito una forte esplosione e di aver trovato rottami appartenenti ad un oggetto non meglio definito, sparsi per tutto il ranch di sua proprietà. Dopo averli recuperati, li aveva mostrati allo sceriffo di Wilcox.

Esaminati i rottami, Wilcox si era detto che l’unica cosa sensata da fare sarebbe stata portarli alla base militare di Roswell. Un colpo di telefono, e i militari erano giunti di gran carriera, avevano radunato i rottami e se li erano portati via. A Roswell il maggiore Jesse Marcel e una squadra di esperti li avevano esaminati ed erano giunti alla conclusione che appartenessero ad un’astronave.

La notizia del ritrovamento alieno fece subito il giro dei quotidiani, locali e non, e dopo neanche un giorno, l’ufficio stampa della base diffuse un comunicato nel quale dichiarava che i rottami ritrovati nella contea di Chaves erano in realtà i resti di un pallone sonda. La smentita, corredata di foto in cui Marcel teneva in mano pezzi di stagnola e legno di un pallone sonda, pose fine al clamore generato dalle dichiarazioni di Haut.

Una manciata di anni più tardi, nel 1978, Stanton T. Friedman, ufologo ed ex ricercatore di fisica nucleare, intervistò Jesse Marcel. Il maggiore confessò a Friedman che le foto nelle quali mostrava i resti del pallone sonda erano una messinscena tesa ad insabbiare la vicenda.

Due anni dopo, Friedman e Marcel pubblicarono The Roswell Incident, riportando la vicenda del ritrovamento di un disco volante sotto la lente di ingrandimento. Nel libro si parla di un disco volante che esplode, di alcuni frammenti che piovono in un ranch di Roswell, della sezione centrale dell’astronave che si schianta nella Piana di San Augustin e di due cadaveri umanoidi.

Sul finire degli anni ’90, a seguito di un’inchiesta parlamentare, l’Aeronautica aprì un’inchiesta interna. Il rapporto che ne scaturì giurava che il presunto UFO fosse in realtà un modulo del Progetto Mogul, un’operazione segreta della United States Air Force, che mirava a monitorare i progressi dell’Unione Sovietica in materia di test atomici. I sostenitori della teoria del complotto replicarono al rapporto, affermando che le loro mamme non avevano tirato su degli idioti e accusarono i militari di aver trasferito i resti del disco volante e i due umanoidi nell’Area 51, una base militare che oggi gode di fama internazionale.

Tra le tante dichiarazioni rilasciate sulla questione extraterrestri ne emerge una giurata di Walter Haut, che raccontò di un pomeriggio passato in un hangar della base di Roswell. Haut raccontò di aver visto un velivolo a forma d’uovo, lungo circa 4 metri, e corpi umanoidi alti un metro e mezzo, con una testa sproporzionata rispetto al resto del corpo. Haut giurò anche di aver ricevuto l’ordine di diffondere il comunicato dell’8 luglio, che di fatto diede inizio al tam-tam.

Dopo la dichiarazione giurata di Haut, saltò fuori la “spifferata” di Elias Benjamin, un poliziotto che raccontò di aver scortato tre corpi dall’Hangar 84 all’ospedale della base di Roswell. Nella notte tra il 7 e l’8 luglio Benjamin, un pugno di militari e un paio di scienziati si diedero appuntamento dinanzi all’Hangar 84. Secondo il racconto del poliziotto, nel corso del trasferimento, il lenzuolo che celava uno dei corpi sarebbe scivolato via permettendo al poliziotto di vedere una testa che aveva la forma di una piccola zucca di Halloween, spropositata rispetto al collo che la sosteneva. Benjamin notò che quella testa aveva due fori minuscoli in corrispondenza del naso, labbra sottili e occhi allungati agli angoli.

Da quella dichiarazione sono passati diversi anni: molte le voci, ma nessuna prova tangibile.

Il mito degli alieni e dell’Area 51 è entrato nella cultura di massa, e la città di Roswell ne beneficia quanto a turismo. La città è addobbata come un quartiere durante Halloween: ci sono teste di alieni appese ai lampioni e vetrine che esibiscono gadget, maschere e qualsiasi cosa l’ingegno umano possa concepire in materia di gingilli di dubbio gusto. E mentre la città cerca di monetizzare, la verità resta sepolta da qualche parte, forse nel deserto, forse nell’Area 51, forse nelle coscienze di quelli che sanno, ma non osano dire.

Il mese scorso Donald Trump, nel corso di un’intervista per Fox News, ha rilasciato dichiarazioni interessanti. Con lui c’era Trump Jr., ed è stato proprio il piccolo Donald a incalzare il padre con la domanda da un milione di dollari. Mentre il presidente degli Stati Uniti parlava di segreti custoditi dal governo, Trump Jr. ha chiesto: «Prima che finisca il tuo mandato, ci dirai se gli alieni esistono? Autorizzerai gli accessi a Roswell?»

«Tante persone mi fanno questa domanda», ha risposto Trump senior. «Ci sono milioni e milioni di persone che vorrebbero andare lì e vederci chiaro. Non ti dirò i particolari che conosco su Roswell, ma ti assicuro che sono molto interessanti.»

Ufologi e complottisti hanno già l’acquolina in bocca.

Gaetano Russo

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