Abilismo: il racconto di una società a taglia unica. 

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In una società performativa ed individualista, organizzata secondo i criteri della produttività e allestita su misura di un unico standard di conformità umana, è necessario interrogarsi su quali siano gli spazi disponibili per tutti quegli individui che si distanziano dallo standard imposto. In altre parole, in una società costruita a misura di “abili”, quali sono le dimensioni, fisiche e sociali, disponibili per tutte le persone che non rientrano in tale standard di conformità? Come può, una persona più o meno lontana dall’etichetta di “normodotato”, esercitare il proprio diritto di esistenza e persistenza, in una società che ogni giorno sceglie di guardare agli individui che la abitano con uno sguardo differente sulla base della distanza che intercorre tra esse e il “traguardo della normalità”? E che cosa significa abitare in una società che ha scelto di costruirsi sul concetto di uguaglianza anziché sul concetto di equità?

La società che abbraccia il paradigma culturale della “normalità”, disegnandone i limiti, e allontana ogni manifestazione fisica o mentale di alterità, è la nostra società. Una società abilista. Una società, che ha scelto per se stessa di adottare criteri di appartenenza dal sapore discriminatorio in quanto univoci. Criteri escludenti, che comportano la costruzione di barriere fisiche e sensoriali escludenti. Criteri escludenti, che comportano l’adozione di costrutti linguistici escludenti. Criteri escludenti, che impediscono lo sviluppo di un senso di appartenenza sociale e collettivo in una società che definisce i limiti di ciò che accetta. Criteri escludenti, che comportano disparità di opportunità e disparità di trattamento. 

Se da un lato ci stiamo lentamente allontanando dalla denigrazione intenzionale e dalla frequenza di parole volontariamente violente rivolte nei confronti delle persone riconosciute come disabili, dall’altro lato ci stiamo avvicinando ad una narrazione che mantiene lo stesso sapore di discriminazione, perché costruita sullo stesso paradigma di differenziazione. Ci si ritrova così al centro di una narrazione che oscilla tra il pietismo e quello che, prendendo in prestito le parole dell’attivista Stella Young, possiamo definire “inspiration porn”. Una narrazione, vale a dire, che è in grado di oscillare, anche nell’arco di pochissimi minuti, tra la martorizzazione e l’eroicizzazione, e che finisce, in ogni caso, per ridurre le persone alla propria disabilità, privandole, troppo spesso, di nome, voce, qualifiche, identità, professione, ma non di ciò che sembra essere l’unica cosa che, ancora, li distingue: la disabilità. 

Ginevra Caterino, 26 anni, mi racconta: «all’inizio, appena ho scoperto di avere la sclerosi multipla, questa narrativa del “disabile guerriero” mi ha aiutata tanto. Mi sono sentita molto persa e sono arrivata ad una diagnosi senza sapere neanche cosa fosse la sclerosi. Non conoscevo nessuno che vivesse questa situazione e sono la prima nella mia famiglia ad avere una malattia cronica. All’inizio, quindi, pensarmi come una guerriera mi aiutava a vederne i lati positivi, a trovare la forza per quella che, alla fine, ci viene raccontata come una battaglia contro la nostra malattia e quindi, in fondo, contro noi stessi. È per questo che poi, con il passare del tempo, questa idea di lotta costante mi è stata sempre più stretta. Perché guerriera significa che tu devi combattere. Che sei in una guerra. A me questa idea di essere in una battaglia contro una mia condizione non piace. Io non sono una guerriera. Non ho voglia di combattere sempre e non voglio che la mia sia una battaglia, anzi. Forse una cosa che ho guadagnato dalla diagnosi è proprio la compassione, e una nuova distanza da quello che prima era un sentimento onnipresente di rabbia. Questo non significa che non mi incazzo. Non significa che quando vedo qualcuno che cerca di occupare il nostro spazio, di persone disabili, non mi arrabbio. Non significa che quando prendo la metropolitana o altri mezzi pubblici non accessibili non mi incazzo. È solo che non voglio essere sempre arrabbiata, e ho imparato con il tempo a coltivare un lato più di cura, di tutela verso me stessa e ascolto verso l’altro. In una società abilista come la nostra, basta un solo attimo per farsi accecare dalla rabbia e allontanarsi dal bisogno di prendersi cura di sé, in ogni senso. In una società abilista, e capitalista, anche il riposo è politico».

L’abilismo, quindi, che definisce i limiti della normalità, e scandisce i tempi di una guerra contro tutto ciò che ce ne allontana, non solo si porta dietro una serie di interrogativi sulla propria condizione di “disparità”, ma vuole anche mostrarcene le risposte attraverso la percezione altrui. Quando ho chiesto a Ginevra Caterino di raccontarmi delle manifestazioni quotidiane di abilismo, mi ha nominato in primo luogo la paura. Non tanto del giudizio, quanto dell’infantilizzazione che si legge negli sguardi altrui. «Abilismo significa anche avere paura, ad esempio a lavoro, di dire che tu hai quella malattia o quella condizione. Che tu “sei questa cosa”. Hai paura, perché pensi ‘se lo scopre, questa persona avrà un principio di discriminazione nei miei confronti?’. È illegale, certo, ma questo non ha mai fermato nessuno dal farlo.

Una volta ero all’ingresso del mio vecchio ufficio e la mia datrice di lavoro, con in mano il giustificativo INPS della mia assenza, mi guardava con occhi pieni di pietà chiedendomi perché sul foglio si parlasse di invalidità. Le ho accennato della mia sclerosi e lei incalzava con un ancora più impietosito ‘mi dispiace, però ti vedo bene, no?’. Poi mi ha chiesto di aggiornarla, perché per l’azienda è importante assumere persone invalide. Mi sono sentita di merda. Nonostante le mie solidissime qualifiche professionali per quel lavoro, da quel momento in poi, sono stata compatita perché “riscoperta” come disabile. Due minuti prima ero Ginevra, due minuti dopo sono diventata un handicap. Perché è così, c’è questa infantilizzazione invasiva e psicologicamente violenta che si accompagna sempre alla narrazione della disabilità. Noi diventiamo ‘cose da proteggere’, beneficenza da tesserino». 

Ecco, quando si parla di abilismo non ci si riferisce unicamente a quella società che non è fisicamente costruita per rispondere indistintamente ai bisogni di tutte le persone che la compongono, ad una società che impedisce ad una parte di essa di muoversi al suo interno. Non ci si riferisce solamente a mezzi inaccessibili, a bagni inaccessibili, a luoghi inaccessibili, ad eventi inaccessibili. Ci si riferisce anche alla percezione che la società ha di tutte le persone che ha scelto di escludere, una percezione animata da pietismo ed infantilizzazione, una percezione eroica oppure una percezione quasi iconica.

Abilismo è la difficoltà di vedere nelle persone qualcos’altro oltre la disabilità, concentrarsi sempre su questa caratteristica e mai sulle altre. L’abilismo è anche interiorizzato, l’abilismo passa per battute mosse dalla segregazione. “Humor nero” oppure così normalizzato da non essere riconosciuto come discriminante: “la prendi la 104?”, vuole essere un insulto. Perché un insulto? dobbiamo chiederci. È anche qui che il “paradigma della normalità” fa eco. 

La sovversione dell’abilismo deve forse passare necessariamente per due dimensioni, profondamente legate: comunità e riappropriazione.  

«La riappropriazione passa prima di tutto attraverso lo scambio. Io non sono stata in grado di iniziare un percorso di riappropriazione finché non sono passata per un percorso di autocoscienza. Ma non ho iniziato un percorso di autocoscienza finché non ho avuto degli scambi con delle persone che avessero già iniziato il proprio percorso. Io sento profondamente il bisogno di una comunità, di una comunità che non ha ancora preso davvero forma. Sento il bisogno profondo di essere circondata da una comunità in cui non devo spiegarmi. In cui se non ce la faccio o ho bisogno di accorgimenti, va bene così, non mi sento in difetto, non mi devo rifare, non mi devo nascondere ma posso semplicemente dire ‘non ce la faccio’, ho bisogno di x’, e va bene. È infinitamente importante riconoscersi in qualcuno e riconoscere qualcuno nella lotta, e nel dolore, e nella gioia. È necessario perché oggi, fondamentalmente, nella nostra disabilità siamo spesso sole. Se c’è la comunità, la riappropriazione diventa più facile, perché la riappropriazione del proprio spazio fisico, e sociale, e culturale, è collettiva. La riappropriazione passa per il me e per il noi, e sono due cose che vanno di pari passo, soprattutto perché siamo invisibilizzati, esclusi e minorizzati. Siamo minorizzati anche se non siamo minoritari e quindi abbiamo bisogno di ritrovarci, per poterci riappropriare di noi stessi, della nostra visione di noi stessi, e di quello che ci appartiene di diritto». 

Ginevra Caterino aggiunge, infine:

«Se dovessi spiegare l’abilismo a un bambino, gli direi che mi chiedo sempre quanto c’è di mio e quanto c’è di costruito in quello che vivo, vedo e sento». 

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