Cloe Bianco: come può l’odio essere un diritto se lo è anche la vita?

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È sabato 11 giugno 2022 e nel Bellunese i vigili del fuoco si precipitano verso un furgone in fiamme tra Auronzo di Cadore e Misurina. All’interno del furgone vi è un corpo carbonizzato: è il corpo di Cloe Bianco, bruciato nella sua casa su ruote. 

Nel linguaggio di uso comune appare così netta la distinzione tra la parola “omicidio” e la parola “suicidio”, ma ci sono dei casi, come quello di Cloe Bianco, in cui non è possibile appellarsi a tale netta distinzione perché la linea che separa le due cose viene a mancare nel momento in cui ci si chiede: perché una donna di 58 anni ha coscientemente deciso di morire bruciata tra le fiamme?

È il 2015 e Cloe Bianco è un’insegnante di fisica nell’istituto tecnico Scarpa-Mattei di San Donà di Piave (in provincia di Venezia). Cloe Bianco è una donna trans e decide di riappropriarsi della sua identità, anche all’interno della sfera lavorativa. Parla così con il preside dell’istituto in cui lavora e si reca a lezione dove farà il suo coming out, presentandosi agli alunni con la sua identità femminile. La riappropriazione del proprio corpo pare non essere consentita, perché dopo poco un genitore informato sul nuovo abbigliamento indossato dalla docente, decide di indirizzare una lettera all’assessora Elena Donazzan:

 «Nessuno era al corrente del fatto, i genitori non erano stati avvertiti, i docenti non ne sapevano nulla (forse il preside da quanto mi hanno riferito era al corrente ed ha autorizzato questa carnevalata)» scrive il genitore, apparentemente certo di trovare “conforto” nella figura della Donazzan, «ma davvero la scuola si è ridotta così? E a distanza di un giorno nessuno della dirigenza scolastica è intervenuto con i genitori, nulla. Forse questo è un fatto “normale” per tanti, ma non per noi che viviamo quei valori che ci sono stati donati e che all’educazione dei nostri figli ci teniamo lottando quotidianamente, bersagliati ogni giorno da chi quei VALORI vuole distruggere, teorie gender e quant’altro».

L’assessora posta su Facebook il contenuto della lettera, sottoscrivendolo.

Dopo poco Cloe Bianco viene sospesa dall’insegnamento per 3 giorni per poi essere allontana dalla possibilità di insegnare e relegata ai ruoli di segreteria all’interno dell’istituto scolastico.

Che cosa succede se ad una persona viene improvvisamente sottratta la sua aspirazione, il suo lavoro, e quindi la sua posizione, il suo ruolo sociale, il frutto del suo impegno? Qual è l’ovvia conseguenza di un gesto di pubblica e manifesta esclusione? La discriminazione e la volontà di marginalizzazione, motore del gesto, producono la legittimazione di emarginazione e isolamento; producono l’istituzionalizzazione di quella che va correttamente definita transfobia.

Che cosa dovrebbe insegnare la scuola se non la capacità di riconoscersi e di riconoscere la società che si abita? Di riconoscere la collettività e la varietà che la popola? Che cosa dovrebbe essere l’educazione da impartire ad una generazione se non l’inclusione, la condivisione e il rispetto?

Il corpo carbonizzato di Cloe Bianco dovrebbe guidarci nel chiederci: cosa rimane ad una persona se le si sottrae la sua dignità e poi addirittura la sua identità?

Poco prima di dar fuoco alla sua abitazione e al suo corpo, Cloe Bianco scrive sul suo blog:

«Subito dopo la pubblicazione di questo comunicato porrò in essere la mia autochiria, ancor più definibile come la mia libera morte. […] Qui finisce tutto».

Raccontato con il tono di una tragica fatalità, la “libera morte” di Cloe Bianco non rievoca nient’altro che lo spettro di una libertà che non le è stata concessa in vita e l’immagine di quello che può essere definito, senza troppi giri di parole, un omicidio collettivo compiuto da una folla connivente. Un omicidio compiuto da un vuoto normativo, da ogni applauso scrosciante che ha seguito la caduta di leggi come il DDL Zan. Un omicidio compiuto da parole come quelle dell’assessora Elena Donazzan che sostiene lotte contro la liberà individualità, che sostiene a chiare lettere “non credo che in Italia esista un problema di omofobia”, appropriandosi poi del termine “razzismo” per etichettare ogni opposizione all’odio che con le sue parole porta avanti. Un omicidio compiuto da Giorgia Meloni, ogni giorno e pochi giorni fa, alla Convention di Vox, partito spagnolo di estrema destra, dove ha urlato al mondo tra applausi e grida di sostegno la sua lotta alla comunità LGBTQIA+. Un omicidio compiuto e perpetuato da ogni giornale, testata e individuo che continua a riferirsi e a raccontare Cloe Bianco come una figura maschile perfino dopo la sua morte procurata esattamente da quel riconoscimento collettivo che non le è mai arrivato. Un omicidio compiuto da chi continua a parlare di shock e tragiche fatalità, invece di analizzare una tendenza culturale transfobica legittimata da gesti di esclusione istituzionale, politica e collettiva.

Come è possibile, a poche generazioni di distanza da una storia di odio e marginalizzazione globale, confondere ancora le posizioni di disprezzo e di violenza con libere opinioni? 

Come è possibile, mentre l’ennesima storia ci sta urlando che l’odio e l’esclusione non possono essere un diritto, che sia necessario per una persona dover scegliere tra l’autodeterminazione oppure la cancellazione collettiva? 

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