Cosa ci dicono i dati sull’avvocatura in Italia
Secondo il rapporto sull’avvocatura 2025 presentato dalla Cassa Forense in collaborazione col CENSIS, 124.008 mila uomini esercitano la professione, contro 109.252 donne, che rappresentano il 46,8% del totale.
Nel 2019, la percentuale di donne iscritte alla Cassa Forense ha raggiunto il 48,0%, segnando un importante passo verso l’equilibrio di genere nella professione.
Tuttavia, i dati più recenti raccolti da Cassa Forense indicano una diminuzione nella percentuale di donne iscritte. Dal 2020 al 2024, la percentuale è scesa al 46,8%, invertendo la tendenza di crescita degli anni precedenti e confermando un vero e proprio abbandono della professione da parte delle avvocate.
Perché?
Emerge sicuramente una rilevante distanza rispetto alla gestione delle responsabilità familiari: il 20,2% delle donne segnala questa difficoltà, a fronte di appena il 7,5% degli uomini, riflesso di una persistente asimmetria nella distribuzione dei compiti di cura e gestione domestica. Ce lo aspettavamo? Sì, dai.
Non solo la presenza nell’avvocatura, ma anche il dato sul reddito medio annuo di donne e uomini restituisce una fotografia di una professione attraversata da differenze di genere non trascurabili: nel 2023 le avvocate hanno avuto un reddito medio pari a meno della metà di quello degli avvocati, con una differenza di più di 30mila euro.
Inoltre, la differenza di reddito cresce con il crescere dell’età: se gli avvocati sotto i 30 anni hanno un reddito rispetto alle colleghe della stessa classe di età mediamente di poco più di 2mila euro superiore, nella classe di età 60-64 anni la differenza supera i 44mila euro.
Secondo un sondaggio dell’Osservatorio sulle pari opportunità nelle professioni ordinistiche, il 58% delle donne avvocato afferma di aver subito delle discriminazioni, in base al genere, sul posto di lavoro a fronte dell’11,4 % degli uomini.

Cos’è il soffitto di cristallo
Il termine soffitto di cristallo (dall’inglese “glass ceiling”) fu coniato nel 1978 da Marilyn Loden e indica un ostacolo invisibile: quell’insieme di discriminazioni e pregiudizi che impedisce alle donne il successo e l’avanzamento lavorativo, e il raggiungimento delle stesse posizioni a cui può aspirare un uomo.
È apparentemente invisibile, sottile, trasparente, ma reale. Chi ci sbatte contro può vedere le posizioni di potere, magari anche avvicinarle, ma non riesce a superare quel limite.
Barriere sociali, culturali e psicologiche: stereotipi culturali, discriminazioni, squilibrio nei carichi familiari: sono questi i “materiali” del soffitto di cristallo.
Tra le tante donne che hanno fatto la storia, Lidia Poët ha passato la vita a cercare di sfondare il soffitto di cristallo. Aveva i titoli, le competenze, la passione. Ma la società non era pronta.
Chi era Lidia Poët
Lidia Poët è stata la prima avvocata italiana.
Si laureò in giurisprudenza nel 1881, dopo aver discusso una tesi sulla condizione femminile nella società e sul diritto di voto per le donne, entrò nell’Ordine degli avvocati nel 1920, all’età di 65 anni.
39 anni dalla laurea all’iscrizione, ma perché?
Nel 1883, dopo il praticantato, Lidia Poët divenne la prima donna ammessa all’esercizio dell’avvocatura. Il procuratore generale del Regno, però, impugnò la decisione ricorrendo alla Corte d’appello di Torino, che accolse la richiesta del procuratore e annullò l’iscrizione all’albo.
Lidia Poët presentò un ricorso alla Corte di Cassazione che, nel 1884, confermò la decisione della Corte d’appello, dichiarando che “la donna non può esercitare l’avvocatura”, e sostenendo che la professione forense doveva essere qualificata come un ufficio pubblico, il che comportava una ovvia esclusione, dato che l’ammissione delle donne agli uffici pubblici doveva essere esplicitamente prevista dalla legge.
Quando la legge taceva non era possibile interpretare il silenzio del legislatore alla stregua di una ammissione. A conferma di ciò vi erano anche considerazioni di carattere lessicale: la legge unitaria sull’avvocatura n. 1938/1874 era da intendersi solo per il genere maschile utilizzando il termine avvocato e mai quello di avvocata.
Eppure, continuiamo a dimenticare quanto sia importante la terminologia e l’utilizzo delle professioni al femminile. Noi parlanti, dando un nome ad un oggetto o ad una professione, li facciamo esistere. La terminologia delinea i contesti socio-culturali, e l’utilizzo corretto della lingua italiana per quanto riguarda le professioni è fondamentale per creare una cultura di parità di genere nei ruoli.
Quindi sì, dire “avvocata” non è solo corretto: è un atto politico.
Nella sentenza, intrisa di argomentazioni tutt’altro che giuridiche e frutto di stereotipi di genere, si leggeva: “nella razza umana, esistono diversità e disuguaglianze naturali […] E dunque non si può chiedere al legislatore di rimuovere anche le differenze naturali insite nel genere umano”.
Le donne non potevano essere avvocate perché era inopportuno che convergessero “nello strepitio dei pubblici giudizi”, magari discutendo di argomenti imbarazzanti per “fanciulle oneste”; o che indossassero la toga sui loro abiti, ritenuti tipicamente “strani e bizzarri”; o perché avrebbero potuto indurre i giudici a favorire una “avvocata leggiadra”. Come osano voler diventare avvocate, ‘ste signorine?!
Un’ esclusione giustificata inoltre per la naturale riservatezza del sesso, la sua indole, la destinazione, la fisica cagionevolezza e in generale la deficienza in esso di adeguate forze intellettuali e morali, quali la fermezza, la severità, la costanza che avrebbero impedito alle donne di occuparsi di “affari pubblici”.
Insomma, un’enorme valanga di paternalismo.
Perché, allora, consentire ad una donna di laurearsi in giurisprudenza, per poi vietarle di esercitare la professione? L’istruzione era consentita, ma solo per fornire una cultura generale utile a trovare marito e garantirsi una buona posizione sociale. Essere colte è considerato un valore aggiunto per contrarre un buon matrimonio, ma non per esercitare una professione. Lo studio e il conseguimento del titolo non erano vietati, ma la vita sociale era roba da uomini.
E questo paternalismo non è di certo roba vecchia. Le donne che esercitano il praticantato o la professione non vengono chiamate rispettivamente Dottoresse o Avvocate, ma: “signorina, mi passa l’Avvocato?”. E lo sappiamo bene, chi di noi ha esercitato o esercita in uno studio legale. Ma quale cliente si sogna di chiamare il proprio Avvocato signorino o anche solo signore?
Finalmente, nel 1919 la Legge n. 1179 (c.d. legge Sacchi) abolì l’autorizzazione maritale e autorizzò le donne a entrare nei pubblici uffici, tranne che nella magistratura, nella politica e in tutti i ruoli militari. Dopo aver praticato per anni la professione forense solo di fatto insieme al fratello, nel 1920 Lidia Poët, all’età di 65 anni, entrò quindi finalmente nell’Ordine degli avvocati, divenendo ufficialmente la prima donna d’Italia ad esservi ammessa.
Nel 1922 fu nominata presidente del Comitato italiano pro-voto delle donne e, a 91 anni, riuscì a coronare le battaglie di una vita intera, andando a votare alle prime elezioni a suffragio universale tenutesi in Italia nel 1946.
Lidia Poët non è stata solo la prima donna avvocata e pioniera dell’emancipazione femminile, ma fu tra gli ideatori del moderno diritto penitenziario e tra le promotrici del suffragio universale.
Dal 1885 al 1925 partecipò ai Congressi penitenziari internazionali, promuovendo l’istituzione dei tribunali dei minori e affrontando il tema della riabilitazione dei detenuti attraverso l’educazione e il lavoro, superando l’idea del trattamento punitivo.
Partecipò attivamente ai Congressi nazionali delle donne italiane (CNDI), dove aprì il dialogo a temi come il suffragio universale, l’emigrazione e l’istruzione.

La serie Netflix
La legge di Lidia Poët è la prima serie, targata Netflix, che ci racconta della vita della prima avvocata italiana, dove la protagonista è interpretata dalla brillante Matilda De Angelis.
Nella serie, il personaggio di Lidia rompe il ruolo assegnato alla donna borghese dell’Ottocento: moglie, madre, silenziosa. Vuole pensare, parlare, agire. È una soggettività strategica che si muove dentro le crepe del patriarcato ottocentesco e si prende i suoi spazi, con intelligenza e determinazione, senza farsi addomesticare.
Non accetta i no, e con astuzia, tenacia e molta intelligenza persegue i suoi obiettivi, in una società dove pure andare in bicicletta, per le donne, sembra una impensabile conquista di emancipazione.
La protagonista ha la capacità di prendere le occasioni, ma anche quella di crearsele. Lidia non rifiuta la bellezza o la seduzione, ma le usa strategicamente. La sua libertà sessuale, la sua eleganza, la sua assertività flirtano con il maschile senza mai subordinarsi.
La sua presenza nell’aula di tribunale (luogo di potere maschile) è un atto performativo. Non solo è presente, ma esibisce la propria soggettività, la propria voce, la propria logica. Con piglio determinato e inarrestabile si prende i suoi spazi, spazi alle donne non concessi.
Diritti e giustizia sociale
Ecco perché è importante lottare e preservare i diritti che abbiamo, perché è importante votare. Lo è perché non dobbiamo mai dare per scontati i diritti che abbiamo, diritti che con fatica sono stati ottenuti e che rischiano di svanire da un momento all’altro, soprattutto nella situazione socio-politica attuale.
Il soffitto di cristallo non è un mito: è una realtà strutturale, radicata nella cultura, nelle pratiche quotidiane del potere. Non basta avere le competenze o meritarselo: le donne nella professione legale – e non solo – continuano a lottare in salita, spesso isolate, sempre più stanche. Perché sì, siamo stanche.
La storia di Lidia Poët ci insegna che la tenacia può aprire brecce anche nei muri più duri. A patto, però, di riconoscere che il problema non è individuale, bensì collettivo, sistemico.
Serve una riforma culturale, ma anche politica: congedi realmente paritari, sostegno economico alle professioniste autonome, promozione attiva delle carriere femminili.
Perché il soffitto di cristallo si rompe solo se a colpirlo non è una sola testa, ma una collettività intera. Serve sorellanza, ma serve anche giustizia sociale. La libertà femminile non è una concessione: è un diritto da garantire, coltivare e difendere ogni giorno.
Dobbiamo raccogliere l’eredità politica di Lidia Poët e continuare a disturbare il patriarcato. Anche in toga.
Dottoressa in Giurisprudenza, abilitata alla professione forense, con un Master in Studi e Politiche di Genere.
Scrive su diritti umani e attualità, giustizia sociale, violenza di genere, privacy e digitale, gender gap.
È un'attivista digitale, crea contenuti legali per Chayn Italia, una piattaforma che si occupa di contrastare la violenza di genere utilizzando strumenti digitali. Attualmente lavora come redattrice editoriale per una casa editrice.
> La scrittura è politica: è rivendicazione, rivoluzione, rottura.





