Giuseppe Pirozzi: intervista all’artista

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Giuseppe Pirozzi: l’artista è un rivoluzionario

Giuseppe Pirozzi, nato nel 1934 a Casalnuovo di Napoli, vive e lavora da oltre 50 anni a Napoli. È Accademico dell’Accademia San Luca ed è stato, per oltre vent’anni, docente presso l’Accademia di Belle Arti di Napoli. Scultore di grande fama, ha esposto le sue opere da Tokyo a New York, in tutta Italia ed in tutta Europa. Ma lui non è un “artista di maniera”: il filo conduttore delle sue opere sono la memoria autobiografica e la continua ricerca di nuovi modi di esprimersi attraverso la sua arte. Il suo percorso artistico ha attraversato tutte le correnti di pensiero dal Dopoguerra fino ad oggi, utilizzando tantissimi tipi di materiale per le sue sculture, ma restando, sempre, indissolubilmente legato alla materia di cui è un maestro: il bronzo.

Nonostante la grande caratura accademica ed artistica, resta una persona cordiale con cui parlare, nonché un uomo con una memoria lucidissima ricca di ricordi di un periodo dove l’arte era lo strumento di rottura con il passato.

Quella che segue è un’intervista rilasciata per noi.

Cosa può dirci di quello che fa?

Che sono in continua ricerca, le sculture che produco sono frutto della mediazione tra il mondo e le mie sensazioni. La mia arte, in fondo, è un’arte intima, di memoria, molto autobiografica.

Tra le sue opere principali c’è “Contenitore”, del 1968. Era un richiamo alla ribellione?

Certamente il filo conduttore era la ribellione. L’ho preparata nel corso del 1967 e fu esposta l’anno dopo, e sappiamo cosa è stato il Sessantotto. In quell’opera c’è la materia che esplode, ma anche una metafora: c’è il contrasto tra la forma perfetta del cilindro e la materia che esplode. In fondo, è un modo di rappresentare la rivoluzione. Del resto, le mie sculture sono un autoritratto, un frutto della memoria e delle mie sensazioni, mediate dalla materia.

Contenitore, gesso e acciaio, 65x80x40 cm, 1968

Lei è stato insegnante per molto tempo, ma si può insegnare ad essere artisti?

Bella domanda. Secondo me dipende da tante cose, per prima cosa si dovrebbe partire dall’esaminare la radice stessa della natura del futuro artista. Ti spiego: se dentro l’artista ci sono vocazione e passione di esprimersi, allora c’è una base su cui lavorare per l’insegnante. Queste due cose sono un dono date al singolo artista, che poi deve coltivarle attraverso un’attenzione al mondo che lo circonda e con lo studio, ma non appartengono all’individuo. Questa capacità non è solo dell’artista, appartiene anche a tutti, e l’artista non fa altro che trasmetterla con le proprie opere o la trasmette ai propri allievi con l’insegnamento. Alla fine gli artisti esistono in funzione degli altri, il nostro lavoro è certamente nostro, ma non è mai veramente nostro, nella misura in cui l’opera realizzata diventa patrimonio per tutti.

È una cosa molto “di sinistra” da dire…

Io sono nato di sinistra, pur scrivendo con la mano destra. Tralasciando gli scherzi, se non c’è un po’ di follia, se manca il coraggio di superare limiti e confini, una persona non sarà mai un vero artista. È vero che nella vita ci sono scelte e situazioni differenti che portano a mediare tra esigenze differenti, ma la follia richiesta per esprimersi non può mai mancare.

Ad esempio, nell’insegnamento nel campo della scultura, se riesci ad apprendere, poi riesci a trasmettere le tue conoscenze. Questo perché ti ritrovi con le stesse problematiche e con gli stessi desideri di coloro che saranno i tuoi allievi, gli stessi problemi nella ricerca. Se non si è prima artisti, è impossibile trasmettere qualcosa agli altri. Ed ecco perché dico che non sono stato un professore, ma un insegnante, però di cosa? Ho cercato di trasmettere quello che sono, le mie esperienze di modo da permettere ai miei allievi di esprimersi secondo quella che è la loro ricerca personale. Questo trasmettere è la Storia, il lascito dell’artista: le sue opere e quanto si è dato ai propri allievi.

Lei ha citato Orazio…

Forse involontariamente. Alla fine noi artisti siamo impregnati di tutto ciò che ci circonda, dalle letture alle immagini, fino a poche parole o frasi.

Quindi chi è l’artista, secondo lei?

L’artista è un rivoluzionario, nel vero senso della parola, ma prima dovremmo chiederci chi è il rivoluzionario. Secondo me, è colui che ribalta la staticità del presente, il luogo comune, per andare oltre quanto si trova davanti a sé.

Nel nostro piccolo, abbiamo cercato di andare oltre, considera che noi artisti di quel periodo abbiamo lavorato in Italia ed a Napoli sin dagli Anni 50. Abbiamo lottato per cambiare il paradigma del tempo, eppure, certe volte, penso che siamo ritornati al punto di partenza. In fondo, potevamo fare qualcosa di più facile, artisticamente, seguire le mode dei vari periodi. Io stesso sono stato insieme ad Emilio Greco a Roma, e grazie a lui potevo vivere di gloria seguendo il suo percorso ed avere un cammino facile, ma il vero artista non segue mai il percorso facile, segue quello che sente, in questo consiste la continua ricerca di cui parlavo. Alla fine, volevamo fare qualcosa di veramente diverso e abbiamo lottato per riuscire a rompere con quello che era il modo di fare del passato.

Parlando di Antonio Venditti, suo maestro, lui è stato tra i principali artisti del Movimento Arte Concreta (o M.A.C.) e del Gruppo Sud. Che momento era per l’arte? Cosa volevano questi artisti?

Come detto, sono stato allievo di Antonio Venditti, ma nel movimento vi erano artisti come Barisani e Tatafiore, che ho seguito quando ero allievo e sono stato alla mostra presso la Galleria Medea a Napoli quando questi artisti aderirono al manifesto del M.A.C.. Questo movimento era costituito da un gruppo di artisti che cercavano di esprimere qualcosa di veramente “nuovo”, e loro, come me, erano spinti dalla continua ricerca di nuovi modi di produrre scultura. Volevano rompere con un modo di fare arte, napoletano, risalente all’Ottocento, ma in voga qui a Napoli, in campo pittorico, fino a quarant’anni fa: un’arte di maniera di cui sono piene le case in Campania. Gli artisti di questa scuola di pensiero erano, sicuramente, artisti di un certo spessore, ma non riuscivano ad evolversi ed a emergere al di fuori dell’area partenopea. Con il Movimento Arte Concreta si è tentato di dare un nuovo respiro agli artisti meridionali, si è cercata una nuova strada.

Venditti, già negli Anni 50, faceva delle sculture diverse, la sua visione si era allargata da quello che faceva precedentemente. Ci sono tante ispirazioni di respiro nazionale ed Europeo; per me furono tali Henry Moore, Giacometti, Emilio Greco (che fu anche un altro mio maestro).

Attorno a questi artisti c’era una cultura artistica precedente che loro hanno assorbito, non per copiare, questo ambiente ha rappresentato la base per crescere. La storia serve a noi e noi la trasmettiamo di conseguenza

Com’è stato essere allievo di Venditti?

Lui era davvero un insegnante, ed anche lui veniva dagli studi all’Accademia di Belle Arti. Con lui la lezione non finiva in aula, tutti noi andavamo al suo studio e collaboravamo con lui alla realizzazione di alcune sue opere. Con lui ho lavorato dapprima il gesso e la cera ed è grazie a lui che ho scoperto la missione dell’insegnamento.

Parliamo, invece, di politica: qual è il rapporto tra l’arte e la politica?

Non sono due cose separate: tutto è politica, la vita stessa è politica e l’arte è politica essa stessa, non è sempre una partecipazione attiva, ma la stessa arte è una forma di essere politico.

Questo perché l’azione dell’artista è un atto politico in sé. E quindi il suo è un agire politico, che non è la partecipazione attiva o l’esercizio concreto della funzione politica, per come la conosciamo. Del resto l’opera dell’artista, in sé stessa, è un elemento storico-politico; a volte con un messaggio politico forte, è un’essenza. Questo essere presenza è dovuto al fatto che l’opera è frutto di un’operazione intima dell’artista, frutto di tormenti, vicende storiche e tanti altri fattori che vengono sublimate nell’opera attraverso l’occhio dell’artista. In fondo, l’opera stessa, essendo nell’essenza politica, rappresenta l’espressione dell’agire politico dell’artista.

Vuol dire che l’artista è un politico?

In un certo senso, l’artista, se è lo è davvero, è sempre attento e presente rispetto al mondo che lo circonda, ne è partecipe anche nel proprio laboratorio. Qui si compie un’operazione molto intima fatta di mediazione degli stimoli che vengono dal mondo e dove vi è il rapporto diretto tra lui e la materia, nel caso della scultura. 

Come l’ha aiutata il lavoro in questo periodo?

In questo periodo non riesco ad avere la giusta serenità, la libertà di poter creare. Resta un persistente senso di isolamento e, sotto certi aspetti, di depressione. Tutto questo si può gestire, ma manca il rapporto con il mondo che mi circonda. Tutto è coperto da un inestricabile velo.

È come se tutto fosse soffocato, ma continuo ad alimentarmi facendo quello che posso in laboratorio. Definisco il mio quotidiano lavorare allo studio quale la mia personale “terapia”, qui riesco ancora a creare qualcosa e riesco a trovare la mia dimensione.

Uno scorcio del suo studio-laboratorio.

Cosa desidera per il futuro?

Mi chiedo sempre se potrò ancora operare e fare quello che mi piace fare. Alla fine, mi piace lavorare e vorrei avere la serenità e la salute per potermi esprimere ancora. Già a casa non riesco a lavorare, ho bisogno del mio mondo, di questo laboratorio. Gli attrezzi e le opere che tengo qui mi portano a ricordare ed a pensare e, alla fine, mi danno vita, perché queste cose sono la mia vita.

Un’opera dell’autore nata, come ci ha raccontato, dopo essere stato in convalescenza per un lungo periodo a causa di un tumore.
Domenico Sepe

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