È la Repubblica che sognavamo?

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Dubbi sulla Nostra, reale, maturità democratica.

Il 1946 è stato un anno epocale. Gli italiani sentirono che si chiudeva il processo storico che aveva visto le lotte per l’indipendenza nazionale, quelle per la promozione sociale e per la dignità degli uomini e delle donne del nostro Paese: la lunga e strenua battaglia combattuta contro la dittatura per restituire la libertà all’Italia. E insieme sentirono che si apriva, con la proclamazione della Repubblica e con l’elezione dell’Assemblea Costituente, un nuovo capitolo nella storia sia dell’antica «Itala gente dalle molte vite», sia del giovane Stato unitario che, nel breve volgere di un secolo, tra il 1848 e il 1945, aveva affrontato il peso di tre guerre d’indipendenza, di due conflitti mondiali e, infine, di un’eroica guerra di liberazione dall’occupazione nazista e dalla tirannide domestica.

La Repubblica e la Costituzione furono le grandi idee-forza che permisero di ricostruire quanto era stato distrutto dalla dittatura e dalla guerra: la Repubblica, infatti, è nata per la scelta libera e diretta del popolo sovrano, mentre la Costituzione, deliberata dalla prima Assemblea Costituente nella storia del nostro Stato, è un muro maestro che a lungo reggerà perché, come ha scritto Piero Calamandrei, il popolo italiano l’ha cementato con le sue lacrime e con il suo sangue.

I valori della Costituzione, lo spirito dei suoi principi generali, i diritti e doveri sanciti, le garanzie previste sono realmente perpetrati, in questi settantaquattro anni, nella coscienza popolare? L’azione delle forze politiche, sociali, economiche culturali ha davvero tratto ispirazione e alimento per dare alla Repubblica quel volto umano che fu la grande e nobile aspirazione di chi combatté e cadde nella resistenza? Si sono realmente trasformati i rapporti tra il cittadino e lo Stato, il clima e i modi della lotta politica, affinché siano sempre più aderenti a quel tipo di convivenza civile che è caratteristica e vanto della società democratica, pluralista, pacifica e giusta che la Costituzione repubblicana ha inteso instaurare? Si è davvero elevata la cultura media dei cittadini e la qualità dell’informazione? Si è accresciuta la partecipazione critica alla vita associata? Si può ritenere che ci sia un’opinione pubblica matura e vigile, che svolga un incisivo e capillare controllo sull’operato degli organi costituzionali, politici, giurisdizionali e amministrativi dello Stato?

Premono problemi urgenti e gravi, a cominciare dall’attualissima gestione dell’epidemia da coronavirus e di tutte le ripercussioni che sta avendo sul sistema del Paese. L’organizzazione pubblica della Sanità è una conquista civile che deve essere apprezzata nel suo giusto valore, pensando soprattutto alle categorie sociali più deboli, che non possono pagare cure costose presso medici e cliniche private. Che le differenze di disponibilità economiche non debbano creare discriminazioni rispetto al diritto alla salute e, addirittura, alla vita è un principio di giustizia che risulta con evidenza dalla Costituzione. Le gravi disfunzioni della sanità pubblica in Italia, quindi, non dovrebbero essere corrette eliminando questo servizio pubblico o limitandolo, come propongono i fautori del liberismo e della cosiddetta «deregulation», ma combattendone gli sprechi, la disorganizzazione e la corruzione. Tanti i casi di concreta emarginazione, e con essi si avverte la necessità del pieno recupero morale e dell’efficienza che debbono presiedere all’attività della pubblica amministrazione e all’intero vivere civile.

Pensare che sia normale ascoltare, impassibili, politici mortificare le istituzioni con la propria inettitudine e pochezza, sarebbe come legittimare il loro disastroso operato, prima ancora che politico, umano. Con forza vanno combattuti, con le lecite armi della dialettica istituzionale e della giustizia, che dovrà far fronte alle mancanze e giudicare le serie inadempienze di responsabilità tradite.

Oggi, 2 giugno 2020, come si può parlare di quella stessa Repubblica sognata dai Costituenti? Ci sono sindaci, presidenti di regioni, rappresentanti delle istituzioni nazionali che dimostrano di non avere una visione unitaria del Paese, perché dediti a rimarcare presunte supremazie territoriali del Nord nei confronti del Sud. È dignitoso anche soltanto concepire certe bestialità politiche, partorite da questi con tanta veemenza? Attaccare continuamente l’unità del nostro Paese, assecondandone le disuguaglianze e il divario socio-economico, non ci renderà fratelli. A questo, invece, dovremmo puntare: essere fratelli e sorelle di una stessa Nazione, non a parole, ma nella concretezza dei fatti. Solo chi si sente tale è cosciente di saper dialogare per un comune obiettivo: l’omogeneità delle risorse umane ed economiche.

Solo un’istruzione di qualità, l’investimento nelle nuove generazioni, potrà condurre a una robusta formazione morale e professionale dei giovani. La Repubblica, prima di tutto, deve dare ai giovani una scuola adeguata ai tempi, per renderli davvero consapevoli del loro presente e del loro futuro.

L’Italia ha certamente vissuto in questi anni e vive tutt’oggi prove molto dure, momenti di grande tensione politica e sociale, fasi di separatezza tra Paese legale e Paese reale, giorni di acuta sofferenza. L’auspicio è di riuscire sempre a trovare la forza per riprendere il cammino di progresso, che mai dovrà arrestarsi.

Buona Festa della Repubblica!

Vincenzo Rossi

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