Sanremo, Zalone ed il politically correct

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Checco Zalone, al secolo Luca Pasquale Medici, è sicuramente uno dei comici più popolari in quest’epoca in cui l’irriverenza sembra essere diventata un crimine. I dati parlano per lui: ognuno dei suoi film è stato un successo da record al botteghino, segno che l’Italia apprezza il suo modo di interpretare i propri personaggi che, spesso, sono estremizzazioni paradossali di versioni reali di una certa Italia. Non è un caso se tutti gli italiani si sono sentiti, in qualche modo, coinvolti nelle storie del maschilista Checco nel (quasi) autobiografico “Cado dalle nubi” (2009) o in quelle dell’aspirante carabiniere in “Che bella giornata”: sono in tanti che, in qualche modo, si sono riconosciuti nell’inglese stentato del secondo film o nella storia della donna meridionale condannata a stirare del primo. Eppure tutti questi film sono una denuncia fatta in uno stile che va nel sentiero di una comicità che si colloca a metà strada tra Paolo Villaggio ed il suo Rag. Fantozzi e la comicità esasperata di Seth MacFarlane ne “I Griffin”.

Questa comicità, nel suo essere paradossale, esprime anche una denuncia, che può far ridere e che, spesso, fa indignare. Del resto, tutti i suoi personaggi sono macchiette dell’italiano medio tanto quanto lo era il Rag. Fantozzi, pur se in delle versioni estremizzate. Ne è un esempio il Checco Zalone di “Quo Vado” dove si prende in giro l’impiegato medio degli enti locali con cui tutti, almeno una volta, siamo stati costretti ad averci a che fare, eppure, proprio in quel film, viene portato anche l’esempio di un paese estremamente progressista qual è la Norvegia, con tutti i paradossi che si possono avere dai discendenti dei Vichinghi.

Ed è proprio da questo film che si può prendere spunto per il discorso del comico pugliese a Sanremo 2022, quando lui, invitato da Amadeus, ha scandalizzato l’Italia del “politically correct” di origine anglosassone con una versione transgender della favola di Cenerentola, con canzone dedicata finale. Ed allora ecco che la comunità LGBTQ, la stampa italiana e tutta Italia si sono divise su questa precisa performance, quando, in quella stessa serata, gli interventi di Zalone sono stati tre ed il teatro Ariston, ed i telespettatori, hanno confermato il successo dei suoi sketch con uno share vicino al 60% per la seconda serata con ben 11 milioni di spettatori a guardare i musicisti ed il comico pugliese.

Prima di tutto, per quanto concerne l’editore Rai, la seconda serata è stata un successo assoluto e l’intervento del comico è stato non solo apprezzato, ma persino atteso dagli italiani che, forse, sanno apprezzare la comicità più di certa carta stampata. Ma, ora, esaminando quei 12 minuti incriminati di Zalone, si perde di vista che, in quello stesso frangente sono stati presi in giro anche Ornella Muti, le presentatrici di altri anni di Sanremo e la stessa televisione italiana con una critica che era partita, all’inizio proprio contro il solito “politically correct” che sta pervadendo l’editoria, la radio e la televisione italiana da 15 anni a questa parte. Quando, poi, finalmente, si sente una voce appena fuori dal coro e che cambia, per un momento, i soggetti che diventano oggetto della comicità, ecco che iniziano le grida e le minacce contro l’omotransfobia. L’intervento di Zalone, a parere di chi scrive, è stato divertente, e con questo anche quello dedicato ai virologi e quello che ha parodiato i “trapper” con la canzone “Poco ricco”.

Allora viene spontanea una domanda: esistono categorie escluse dal “diritto alla satira”? Allora, com’è stato fatto notare da altre parti politiche, ci si poteva scandalizzare pure per i virologi (il cui impegno in questa pandemia è stato fondamentale) o per i trapper (che sono musicisti che dedicano la vita alla loro professione). Per queste due categorie citate nella stessa sera non una sola voce si è scandalizzata, ma quando si è raccontata la storia di una Cenerentola “diversa” che, dopo aver conosciuto il suo principe, si scopre che, oltre ad essere transessuale, si prostituisce ed ha un’ “intima” conoscenza del re, allora, per questo personaggio, si sono levati cori contro l’omotransfobia.

E tutto ciò è affermato non per essere vicini ad una destra vetero-cattolica a tempi alterni, ma proprio in sostegno dell’uguaglianza di tutti i cittadini di fronte alla legge e, proprio in virtù di questo principio, come affermato a suo tempo dalla Cassazione, tutte le categorie possono essere oggetto di satira fintanto che questa sia

una modalità corrosiva e spesso impietosa del diritto di critica.  Inoltre ha lo scopo di denuncia sociale e politica. […] quanto più [essa] utilizza espressioni abnormi, iperboliche, impietose, corrosive, esagerate rispetto ai normali parametri di valutazione degli esseri e delle cose umane, così da suscitare stupore, ironia, riso in colui che legge o ascolta

Cassazione Civile, III Sezione n.10656/2008

Quindi, deve essere o tutti o nessuno, non possono esserci “due pesi e due misure” per la satira ammessa, la scelta di categorie satiriche precise ed approvate non è espressione di libertà e di pluralismo: è censura. E questo va detto anche con il rischio di avvicinarsi a quanti pensano la stessa cosa, ma per i motivi sbagliati. Quindi, seguendo questo ragionamento, tutti gli uomini italiani dovevano indignarsi per il primo film di Zalone? Ed allora, dopo la performance di Achille Lauro, tutti i cattolici dovevano scandalizzarsi per il “battesimo” musicale del cantante? È chiaro, allora, che, proseguendo per questa linea, non si riuscirà mai a trovare la quadratura del cerchio, non possono esserci categorie “libere” ed altre “meno libere” delle prime, la libertà va concessa a tutti, e questo viene detto nella consapevolezza che il mondo LGBTQ ha subito, per tanti anni, discriminazioni ingiustificate che hanno leso la loro libertà, ma non si può rispondere sempre a questo tragico passato con delle censure selettive, si risponde con gli stessi mezzi e si può criticare la performance di Zalone nel merito artistico.

Poi, si afferma che lo sketch sia stato omotransfobico, eppure è improbabile che il comico-attore volesse trasmettere un simile messaggio, ed anzi il suo show è stata un’occasione per parlarne, dopo l’affossamento del DDL Zan, in un’Italia dalla memoria troppo corta che ha visto l’affondamento della sua legislazione progressista in favore del “buon governo dei migliori” e di un Parlamento talmente capace di fare buona politica da non riuscire ad evitare il secondo bis consecutivo al Presidente della Repubblica, quasi a far diventare consuetudine quella che, con Napolitano, era stata subito definita eccezione.

Zalone ha fatto ridere a Sanremo, ha fatto indignare ed ha fatto parlare del tema dopo un silenzio che, questa volta, sapeva di vera censura da parte del Governo di Roma. Ecco le cose su cui tutti dovrebbero indignarsi, non il comico a Sanremo, ma la svolta a Palazzo Madama di qualche mese fa che tutti paiono aver dimenticato.

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