La musica italiana alle soglie del mondo moderno

Tempo di lettura: 5 minuti

Questi sembrano essere i nuovi anni d’oro per la musica formato made in Italy che si rifà il look pur rimanendo fedele a sé stessa. In questi ultimi anni sono molteplici gli artisti giovani che hanno portato una nuova aria di freschezza e novità nel panorama italiano e sono apprezzati in Europa e nel mondo.

Dai ragazzi dei talent show che si sono dimostrati all’altezza delle aspettative e sono divenute certezze come Emma, Alessandra Amoroso, Ultimo, passando per gli artisti di gavetta come Gabbani, Elodie, Mahmood ed i veri e propri fenomeni vocali come il Volo ed i Maneskin fino a quelli noti sui social ed ai giovanissimi quale Blanco o i puri performer come Achille Lauro.

Una escalation artistica che ha dato alla musica italiana un livellamento verso l’alto e un colpo di reni verso un’inclusività culturale su specifiche tematiche sociali ed una contaminazione artistica tra stili diversi. Ciò ha portato quel brio necessario al panorama italico per non collassare sulla propria storia. Un livellamento che ha trovato l’apice nella vittoria della band romana dei Maneskin nell’Eurovision Song Contest dell’anno scorso facendo guadagnare all’Italia l’onere e l’onore (con i relativi benefici che comporterà) di ospitare la manifestazione canora europea a Torino, dove ci saranno Mahmood e Blanco a rappresentare il Belpaese che, prima, rischiava di rimanere rilegato alle solite serenate e canzonette. Una svolta iniziata da anni e che ha raggiunto l’apice nel 2021 e che potrebbe nel 2022 compiere il proprio bios.

Cantanti emergenti ed indipendenti, per la maggior parte giovanissimi, che devono la propria notorietà anche, e forse soprattutto, ai nuovi mezzi di diffusione musicale come Spotify o YouTube Music che permettono sostanzialmente a chiunque di caricare musica e danno opportunità alle etichette indipendenti.

Una volta sembrava che i talent potessero inglobare questa fetta di artisti che non riusciva ad inserirsi nel contorto meccanismo dell’industria discografica italiana. I talent show, nella loro novità, sembravano la soluzione alla crisi del sistema prima di dimostrarsi una fucina di impuri talenti destinati alla moda anziché alla storia, fatto salvo per alcune eccellenti eccezioni che pur ci sono state. I talent show osannati inizialmente, si sono, alla fine, dimostrati più fumo che arrosto. Una gigantesca macchina di marketing che produce il nulla e che ha visto, pian piano, scemare il proprio impatto. Perché, si sa, un prodotto, pur nuovo, alla lunga stanca.  

Oggi il ruolo è stato preso dai social e dalle nuove piattaforme di fruizione musicale, la domanda è: sapranno reggere a questo compito?

Per il momento, paiono riuscirci abbastanza bene secondo i dati di ascolto e di produttività musicale.

Spotify, infatti, solo in Italia, ha registrato un netto incremento degli utenti a fine febbraio rispetto ai trimestri precedenti, superando i 13 milioni di ascolti mensili. A dominare la classifica italiana ci sono i vincitori sanremesi mentre, a livello mondiale, sono i Maneskin, in vetta a lungo anche nelle classifiche americane e piazzati più volte in cima alle classifiche di tutto il mondo con i loro brani, a detenere lo scettro di artisti nostrani più ascoltati . Attualmente, il brano più ascoltato, la loro Beggin‘, è stabilmente al sessantaquattresimo posto mondiale delle canzoni più ascoltate in ogni censimento che avviene settimanalmente, e sono loro i primi musicisti italiani a comparire in questa classifica. Ma, oltre alla band romana che sta velocemente abbattendo ogni record e che rappresenta, a suo modo, un unicum avendo iniziato nel modo più classico ovvero suonando per strada per poi approdare, dopo un talent in cui si sono piazzati secondi, al grande pubblico e spopolare nelle classifiche mondiali, sono numerosi gli artisti indipendenti che stanno avendo una rivalsa ed un’occasione tramite momenti di notorietà grazie alla possibilità di vedere i propri brani venir alla luce in modo indipendente e poter essere contattati, in seguito, da qualche etichetta. Un esempio di questo percorso è il giovane Blanco all’anagrafe Riccardo Fabbriconi che, dopo aver esordito in modo indipendente su una piattaforma svedese, è stato notato dalla Universal Music che lo ha ingaggiato ed il resto è cronaca.

Così come per Blanco, anche gli altri artisti oggi poco conosciuti che usano questi nuovi mezzi potrebbero avere in seguito un occasione importante per il loro percorso pur se il rischio che non vengano notati, proprio per l’alto uso di queste piattaforme da parte di chiunque – dotato di talento e non – è reale ed in futuro potremmo , se non gestito bene, riavere un fenomeno “talent” dove la fruizione continua e la messa alla ribalta troppo veloce di artisti semi conosciuti apre al rischio di “bruciarli”, come si dice in gergo, lanciandoli troppo presto. Quindi, potrebbe scatenarsi nei prossimi anni una over-creativity: troppi artisti lanciati, ma poca qualità complessiva.

Vi è, poi, l’altro rischio visibile, ossia quello opposto: all’interno di queste piattaforme c’è un mondo di marketing e la possibilità che non sia la musica indipendente a venire avanti fino in fondo quanto le solite etichette ed i soliti “nomi noti” è alta. Infatti oggi è facile comprare follower e creare profili per farsi seguire su piattaforme come Spotify.

Tuttavia, al di là di queste riflessioni, questi mezzi sono una ottima opportunità e risorsa per il momento d’oro che sta vivendo la musica italiana.

Dai Maneskin che suonavano per strada nel più classico dei modi a Blanco che ha esordito da indipendente il cerchio che tiene in piedi sempre tutto in ogni caso è il talento e questo in Italia non manca, bisognerebbe cercarlo un po’ di più ed un po’ meglio.

Soprattutto bisognerebbe investire sulla formazione ed istruzione delle arti creative. Sono decenni che le arti e lo studio delle stesse, come la stessa musica, non sono viste come un lavoro nella società. Anche nelle scuole specialistiche che dovrebbero formare manca totalmente una preparazione e formazione sul fare della propria arte e creatività un mestiere. E questo è una conseguenza diretta della visione della società contemporanea, ed in particolare italiana, ed è qui il paradosso che considera l’arte e la creatività un lusso o una medaglietta da esibire alle feste, ma che non si può indossare sempre. Se le aziende hanno capito che di arte si vive e si guadagna e se il mercato detta la bravura in base alle vendite allora c’è un problema che è radicale.

Un paese dove la creatività è vissuta come un hobby non è un paese evoluto. Non può esserci vero progresso senza piena creatività; non può esserci Scienza senza Arte.

La Scienza è la spiegazione ma l’Arte è l’essenza. Le due devono viaggiare di pari passo e pari dignità.

Lascia un commento

È possibile lasciare commenti in forma anonima.

Il tuo indirizzo email non sarà pubblicato.

Inviando un commento si accetta la Privacy Policy del sito.

Questo sito usa Akismet per ridurre lo spam. Scopri come i tuoi dati vengono elaborati.