Mind wandering: quando non è sempre necessario rifuggire dalla distrazione

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“una caratteristica degna di nota del sistema cognitivo umano è l’abilità di aggiustare e re-indirizzare il pensiero in funzione delle richieste del compito…” (Botvinick et al. 2001, 624)

Capita di frequente – si azzarda ed ipotizza come esperienza dei più – che mentre si è intenti ad eseguire un compito, i pensieri, d’un tratto, comincino a migrare verso le mete più disparate.

La ricerca psicologica ha posto le basi per una disamina scientifica di questo fenomeno; procede per gradi e parte dall’attribuzione ad esso di una denomina specifica: si tratta del cosiddetto “mind wandering”, in italiano “mente che vaga”. Il nome, altamente evocativo, è facilmente associabile al concetto Joyciano di “stream of consciousness”, comparso nella letteratura anglosassone dell’ultimo Ottocento ad indicare la narrazione del flusso di pensieri interni evocati dai personaggi dei romanzi.

È dunque frequente – e probabilmente molti tra i lettori l’avranno constatato in prima persona – che questo circolo innescato dal mind wandering sposti le risorse attenzionali dal compito che si sta eseguendo, inficiandone di conseguenza la performance.

Quante volte ci distraiamo, perdendo il controllo sulla direzione dei nostri pensieri? È questo il motivo per cui solitamente il “distacco mentale” è vissuto come un’evenienza negativa.

Tuttavia, data la frequenza del fenomeno, si può ipotizzare che questo meccanismo di pensiero sottenda una funzionalità adattiva, il che ne spiegherebbe la sussistenza e diffusione.

Quali tipologie di mind wandering esistono?

Gli esperti concordano circa l’eterogeneità di fenomeni pensiero-relati inclusi in questa macro-categoria, di cui si riconoscono almeno tre aree di suddivisione: le prime due specificano la porzione contenutistica, mentre la terza si riferisce alla dinamica del processo.

  • La prima suddivisione contempla a due poli opposti l’auto-direzionalità del pensiero versus la dispersione involontaria;
  • La seconda si rifà alla presenza o meno di una relazione tra il contenuto di pensiero e lo stimolo esterno che potenzialmente funge da referente;
  • La dinamica, in ultimo, ne delinea la valenza, con una duplice configurazione che il mind wandering può assumere: una positiva in pensiero creativo e l’altra negativa, sotto forma di ruminazione.

Il più diffuso – quello che di conseguenza gode di maggiore attenzione tra i ricercatori – è il mind wandering non intenzionale (primo punto), che occorre in via del tutto automatica e indipendente dalla volontà dell’agente.

McVay e Kane (2012) ipotizzano che il meccanismo derivi dal fallimento della funzione esecutiva deputata al controllo; ma quando i compiti sono più complessi e richiedono un forte coinvolgimento dei processi di memoria di lavoro, la frequenza di pensieri dissociati dal task – e dunque la presenza di vagabondaggio – diminuisce fortemente.

Si verifica l’opposto in corrispondenza di mansioni semplici, le quali permettono, contrariamente alla situazione descritta precedentemente, il passaggio e l’intrusione di pensieri poco aderenti.

Ma perché la mente vaga?

L’essere umano quotidianamente deve dar conto a molteplici bisogni, a cui corrispondono altrettanti progetti futuri rilevanti. Quando la mente si distacca autonomamente e si re-indirizza verso altri obiettivi, apporta ad essi un contributo benefico, in quanto fornisce spunti di riflessione fino alla sublimazione in strategie risolutive.

Sussiste altresì la possibilità di ottimizzare le tempistiche, mediante focalizzazione parallela su due scopi – anche se concorrenti –, proprio in virtù della flessibilità di cui la mente umana è dotata. Ciò si verifica, come accennato precedentemente, quando il compito centrale in fieri è semplice o noioso. In quest’ultimo caso, in presenza di compiti noiosi, il distacco conseguente al vagabondaggio mentale è propedeutico ad un riavvicinamento allo stesso compito che, dopo la pausa, sarà investito di un ammontare più significativo di risorse attenzionali.

Oltre al beneficio estraibile dalla pianificazione futura, il mind wandering sembra accompagnarsi all’esecuzione di alcuni processi specifici.

Un esempio tra questi è il processo di lettura, che nello sviluppo tipico è automatizzato a partire dalla terza classe primaria. Il vagabondaggio che si instaura durante l’interpretazione di un brano è alla base della costruzione di scenari; questi si configurano in immagini mentali, sottendendo una rappresentazione delle informazioni in ingresso, che verranno gradualmente riorganizzate ed integrate alle conoscenze pre-esistenti.

Il mind wandering è dunque connesso ad un aumento di creatività, che è alla base delle soluzioni innovative (problem solving).

Quali implicazioni per il futuro e applicazioni concrete?

Considerato l’ingente ammontare di tempo speso in vagabondaggio mentale, di cui recenti evidenze registrano una percentuale che intercorre tra 1/3 e 1/2 del tempo di veglia, la ricerca attuale si propone di ottimizzare il controllo su questo processo.

Il punto di partenza su cui s’intende lavorare risiede nella capacità di riconoscere, nell’hic et nunc, il pensiero che si sta plasmando, per poterlo gestire. Ciò si può ottenere allenando il soggetto ad eseguire un esercizio di metacognizione (dal prefisso greco mèta – “µετά” – “oltre, al di là”) che consta nella capacità di riflettere sui propri pensieri. Da un punto di vista scientifico ed empirico, il rafforzamento di questa modalità di funzionamento è testimoniato da una specifica configurazione di attivazione cerebrale: sono pertanto già noti alcuni correlati neurobiologici che sottendono modalità di pensiero in mind-wandering, che nella letteratura d’interesse prende il nome di Default Mode Network.

Le direzioni future abbracciano lo sviluppo della pratica di mindfulness, con cui l’individuo si esercita a mantenere l’attenzione in maniera autoregolata sull’esperienza in corso. La buona riuscita di questa tecnica corrisponde ad un decremento di metabolismo cerebrale attivo nelle relative porzioni del sistema nervoso centrale che sono il substrato del mind-wandering (anche detto network di default). Il risultato di questa gestione è una trasformazione ottimale del tempo speso in vagabondaggio mentale in tempo impiegato sui propri pensieri in maniera più consapevole e produttiva.

Riferimenti Bibliografici

Botvinick, M.,M., Braver, T.,S. & Barch, D.,M. (2001) Conflict monitoring and cognitive control. Psychological Review. 2001;108:624

McVay, J.,C., & Kane, M.,J. (2010) A drift in the stream of thought: the effects ofmind wandering on executive control and working memory capacity. Handbook of Individual Differences in Cognition. 321–34

Shepherd, J. (2019). Why does the mind wander? Neuroscience of Consciousness, Volume 2019, Issue 1

Rita Casapulla

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