Oggi non c’è niente da celebrare

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Un giorno qualunque dell’anno corrente un tale accende la televisione, per disinnescare quel circuito plumbeo di noia che macchinosamente lo stava avvinghiando. La voce altisonante del telegiornale passa in rassegna i nuovi accadimenti politici, accenna pigramente all’economia del paese, e in ultimo riferisce la notizia di una singolare violenza sessuale abbattutasi ai danni di una donna.

Con non troppa sorpresa di quel tale, il giornalista, come da canovaccio, ammassa la sua attenzione sull’abbigliamento della vittima al momento in cui è stata perpetrata l’aggressione, sull’orario notturno in cui è stata consumata, polarizza lo sguardo menefreghista del pubblico sullo stato di leggerissima ebbrezza della giovane ragazza. E dello stupratore, niente, non vengono fornite le sue generalità, la sua figura quasi si dissolve di soppiatto. Guai a osare indagare circa le inconfutabilmente lecite motivazioni per le quali quest’ultimo quella notte ha deciso di compiere quell’abuso.

Nel frattempo, il tale che ascolta è colto dall’irresistibile tentazione di cambiare canale; del resto, quello è solo uno degli innumerevoli stupri che ormai non val la pena nemmeno di origliare. E non trascuriamo il fatto che quel tale sia padre di una famiglia rispettabilissima, che si adagia tra le comode braghe di un’etica piccolo borghese, che insegna alle sue figlie a non acconciarsi in un certo modo, a non uscire ad una data ora, eppure ai suoi figli permette tutto. Non dimentichiamo neanche che quel tale enfaticamente ossequia la liturgia della tradizione: non a caso, il mos maiorum della tradizione stessa impone che ogni pater familias abbia una bellissima amante.

Sembrerebbe di essere al cospetto dell’inquietante trama di un libro o film distopico, magari caratterizzato dalla tracotante pretesa di assurgere a capolavori di quel genere: una sorta di “mondo nuovo” alla Huxley, una (sotto)specie di Big brother dell’abulica quotidianità finto-perbenista, massimal-conservatorista.

E, invece, rullo di tamburi, questo non è altro che uno dei diuturni episodi che erodono pian piano, ma ogni giorno sempre di più, la diafana dignità di una donna. Ecco perché oggi non si celebra proprio nulla, non vi è alcuna ricorrenza da omaggiare.

In uno Stato infagottato dal sublime manto dell’utopia, quel tale, con impetuosissima rabbia, avrebbe denunciato quel giornalista, che giornalista proprio non può definirsi, al massimo giornalaio, per di più di carta straccia (la carta igienica a paragone è oro colato); quel tale avrebbe educato i suoi figli a non mancare mai di rispetto ad una donna, a non qualificarla mai in base a ciò che indossa, ché una camicia accollatissima o una minigonna sono esattamente la stessa cosa; li avrebbe abituati ad esaltare la sua intelligenza, ad esser felice se professionalmente e lavorativamente ella raggiunge traguardi a cui prima non avrebbe mai potuto anelare; avrebbe fatto in modo che i suoi figli non prodigassero inutilmente le loro opinioni, se per caso quella stessa donna non intenda sposarsi o voglia farlo, se voglia avere uno o più partner, se aspiri a fare la porno-star o ambisca alla presidenza del Consiglio, se voglia esser madre di famiglia o lavoratrice indefessa, o entrambe. Quel tale avrebbe insegnato a chiare lettere di non calibrare mai la rispettabilità di una donna sul termometro della sua vita sessuale, ma soprattutto a non oggettificare mai, per nessuna ragione al mondo, in nessunissimo modo il suo corpo, ché puttana o santa, una donna è sempre una donna.

Ma questa favola non s’avvera, in questo bel Paese per cui “non sento alcuna appartenenza e tranne Garibaldi e altri eroi gloriosi, non vedo alcun motivo per essere orgogliosi”. Anzi.

In questo tronfio paese dei balocchi, esiste, ahinoi, un Vittorio Feltri qualsiasi che dà dell’ingenua ad una ragazza di 18 anni, che ha avuto il deprecabile ardire di recarsi ad una festa di un imprenditore milanese 43enne, noto per drogarsi ripetutamente. Con indubitabile ovvietà, la ragazza avrebbe dovuto prefigurarsi di poter esser stuprata efferatissimamente, una volta che avrebbe smarrito la sua capacità di intendere e di volere.

In questo superbo Stato di diritto, una dirigente scolastica licenzia una maestra elementare perché ha l’impudenza di fare sesso. E, si sa, una donna deputata all’insegnamento di candidi fanciulli, può solo trascorrere il suo tempo libero nelle fredde mura di una Chiesa, votandosi ad entità dalla dubbia esistenza. Che oltraggio riflettere sul fatto che quella stessa donna addirittura possa aver condiviso qualche frammento della sua intimità con un uomo, che, come il più vile dei vili, ha ben pensato di diffondere a macchia d’olio quelle immagini.

In questo magnifico luogo che è l’Italia, seppur platealmente è stato riconosciuto il reato di revenge porn, alla fine non si commette alcun grave peccato se, come il più vomitevole dei ladri, si fruga nell’archivio personale di una donna, magari di spettacolo, magari bellissima, e si dà in pasto alla gogna mediatica ciò che ha di più privato.

Ma adesso, proviamo ad immaginare se questo fenomeno si dipanasse a parti inverse, se una dirigente scolastica fosse destinataria di una fotografia che ritrae le nudità di un insegnante o professore che svolge il suo mestiere nel suo stesso plesso scolastico. Al massimo scoppierebbe in una fragorosa risata, ma non le verrebbe mai in mente di poterlo defraudare del suo lavoro. Perché il nudo di un uomo lascia indifferenti, quello di una donna scandalizza, sempre.

E guarda caso, se un uomo viene importunato, chissà perché, non gli si rivolge mai la fatidica domanda del “com’eri vestito?” o “ma eri ubriaco?”. Chissà perché ad un figlio maschio non si raccomanda quasi mai di tornare presto, “perché ti potrebbe succedere qualcosa, non si sa mai” oppure di non prendere mezzi pubblici conciato in un certo modo “perché le precauzioni non sono mai troppe”.

La verità è che lo stupro, la violenza psicologica e qualunque altra forma di abuso nei confronti di una donna non sono altro che l’unico modo di restaurare i vetusti e stomachevoli equilibri di maschio comandante e femmina sottomessa. Perché non si riesce a deglutire quel boccone, amaro e vero, per il quale una donna può autodeterminarsi in ogni aspetto della sua vita, per il quale ella non ha bisogno di un padre protettore, di un marito ossessivamente geloso, di un compagno che la metta al sicuro, perché è dotata di un cervello pensante, di una personalità indipendente, perché mal tollera che qualcun altro possa decidere per lei, che possa tenerla prigioniera in nome di un rivoltante e irragionevole bigottismo.

Ebbene, signori e signore, lo stupro c’entra ben poco con il desiderio sessuale, o meglio, ne esula completamente. Lo stupro è solo la più umiliante delle maniere per riaffermare un potere che non ha mai avuto ragione di esistere, per “rieducare” la vittima a “comportarsi bene”, a non evadere dai ranghi canonizzati dalla società, a renderla sempre dipendente da qualcuno, perché, ammettiamolo, la libertà di una donna terrorizza, scandalizza, spaventa, fa inorridire, è eretica, perché purtroppo “una donna libera è sempre il contrario di una leggera”.

Saremmo insigniti del diritto di “festeggiare” una ricorrenza come quella di oggi, soltanto quando la più insignificante delle differenze tra uomo e donna sarà annoverata negli impolverati cortometraggi del passato, solo quando dal vocabolario di ognuno di noi saranno cancellati i termini troia, zoccola, puttana, usati con l’intento di mortificare qualcuna, solo quando ogni residuo di questa rivoltante mentalità patriarcale sbiadirà per far posto ad una splendida e tanto agognata uguaglianza.

“Una città dove gli uomini, parlando di una vergine che non lo è più, usano l’espressione “averla data via”, merita di essere rasa al suolo.”

Karl Krauss

Clara Letizia Riccio

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