Marcuse: l’Eros ai tempi del Coronavirus

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«La gente, efficacemente manipolata ed organizzata, è libera: ignoranza, impotenza ed eteronomia introiettata costituiscono il prezzo della sua libertà.»

Herbert Marcuse, Eros e civiltà, 1955

Libertà: evadere ereticamente dalla prigione domiciliare, svincolarsi dalle briglie di questo timore, vestito da liturgica prudenza, che attanaglia tutti, respirare, disinibiti e indomiti, all’aria aperta. Ai tempi del “nemico invisibile”, è soltanto un ingannevole miraggio.

Eppure la tanto agognata libertà, questo bramato portento quasi inarrivabile, è solo ancillare alla canonica sacralità dell’economia. I giornali non fanno altro che declamare incessantemente che occorre ripartire, che non ci si può permettere di affogare tra le acque di un dissesto economico di apocalittiche dimensioni, che è d’uopo che tutti ritornino ai propri posti di lavoro.

Lavoro, dovere, economia. Del resto, cos’è l’uomo se non un mero ingranaggio asservito alla febbrile macchina del capitalismo? Cosa, se non un corpo anonimo, privo di sentimenti ed emozioni, la cui funzionalità dipende proprio dall’apporto che è in grado di dare alla produzione? Questo l’interrogativo che Herbert Marcuse, illustre filosofo della scuola di Francoforte, affrontò nell’opera “Eros e civiltà”, data alle stampe nel 1955.

Sulla scia di un’asperrima, seppur costruttiva, critica mossa a Sigmund Freud, Marcuse comincia con il delineare il caustico conflitto che alberga tra il principio di piacere ed il principio di realtà: il primo che celebra l’onirica potenza di Eros, che mira al soddisfacimento istantaneo di tutti i suoi bisogni; il secondo, finalizzato solo alla costruzione di una civiltà produttiva, il cui totem si erge sull’altare del progresso, che, per forza di cose, deve stroncare sul nascere gli istinti umani, sacrificarli in nome del dio lavoro, che deve persino rinunciare alla felicità.

Tuttavia, nell’ideologia freudiana, ed in particolare ne “Il disagio della civiltà” e “Totem e tabù”, lo stesso Freud è fondatore della corrente di pensiero, secondo la quale l’unica strada possibile per vivere un’esistenza razionale, perfetta, è proprio quella di inchinarsi sommessamente al principio di realtà. Nell’analisi del padre della psicologia, il contrasto si insinua tra la natura e la cultura: l’uomo è carnalmente radicato nella sua dimensione naturale, ma l’unico modo per assemblarsi agli altri è la cultura, che soffoca, annienta, distrugge i suoi primordiali impulsi, e più di tutti, quello erotico, gravido di vita.  Il principio di realtà frustra i desideri, asciuga le voglie, consacra la vitalità umana alla produttività, ad un regime in cui l’uomo esiste solo in rapporto all’efficienza. La pulsione erotica, a cui non è possibile obbedire, va sublimata, tramutandosi camaleonticamente in energie da incanalare verso lo sviluppo della civiltà. Ed è per questo che è inevitabile venir assorbiti in una lacerante nevrosi, in balia di un drammatico disagio.

«Il principio della realtà si sovrappone al principio del piacere: l’uomo impara a rinunciare a un piacere momentaneo, incerto e distruttivo, in favore di un piacere soggetto a costrizioni, differito, ma sicuro.»

Herbert Marcuse, Eros e civiltà, 1955

Come nell’alienante “mondo nuovo” di Aldous Huxley, in virtù del principio di prestazione, ogni attività viene valutata su base prestativa, il tempo è scandito non sul calco delle esigenze umane, al contrario, sul cardine della produzione. Persino le ore di divertimento, che dovrebbero omaggiare il principio di piacere, sono controllate, il riposo è funzionale soltanto al lavoro che dovrà svolgersi dopo.

Ed è proprio di fronte a questa raccapricciante spersonalizzazione dell’essere umano, che Marcuse va oltre.

L’Eros, inteso anche come fantasia, istrionica creatività, desiderio famelico di vita, va liberato dall’angusta gabbia della repressione. È urgente ottemperare all’ars vivendi, in qualunque declinazione essa si estrinsechi; è urgente obbedire al piacere, dargli spazio; è urgente, almeno per una volta, inseguire un sogno; è urgente immolare il dovere al piacere; è urgente non consumarsi tra le ulcerazioni del lavoro, ma preoccuparsi prioritariamente del proprio benessere; è urgente la felicità.

E seppur si tratta solo di una chimerica utopia, non è forse la stessa utopia che è indispensabile per continuare a camminare (come nelle parole di Eduardo Galeano)?

L’economia è il polmone principale nell’organismo di uno Stato, ma uno Stato che pullula di cittadini infelici non sarà mai degno di questo nome, precipiterà in una claustrofobica asfissia, in una traumatizzante decadenza.

«Tutti gli uomini sono a loro modo anormali, tutti gli uomini sono in un certo senso in contrasto con la natura, e questo sino dal primo momento. L’atto di civiltà, che è un atto di prepotenza umana sulla natura, è un atto contro natura.»

Comizi d’amore, Giuseppe Ungaretti intervistato da Pier Paolo Pasolini

Gustave Boulanger, Il mercato degli schiavi.

Clara Letizia Riccio

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