Le famiglie di camorra e il ruolo della donna: un viaggio tra la realtà e l’immaginario comune

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Se è vero che gli uomini esercitano attivamente e concretamente il potere, d’altro canto non esisterebbe il solido retroterra culturale dei vincoli endogamici camorristici senza il ruolo delle donne.

“Nelle famiglie camorriste la struttura del comando ufficiale è in mano agli uomini, ma le maglie che legano i vari affiliati si costituiscono spesso attraverso le donne”

(Gribaudi, 1993, 38).[1]

Le mogli hanno la funzione di unire le famiglie in nodi strategici del network territoriale e, attraverso matrimoni incrociati, permettere le alleanze e la reciprocità fra i clan. Non è un caso se all’interno delle cosche campane “l’uso del matronimico (ad esempio, Sciore ‘e Sterina, Tore ‘e Clelia) è ancora oggi diffuso e riguarda solo gli uomini” (Brancaccio e Castellano, 2015, 169).[2]

Fare del nome delle mogli un attributo del marito, rappresenta un riconoscimento simbolico di non poco conto dell’importanza della donna per i clan, tanto più nelle famiglie mafiose di provincia, in aree più distanti dal centro urbano, da cui l’uomo era spesso assente per necessità economiche.

L’uso strumentale della famiglia, quindi, non può prescindere da un ruolo, quello della donna, rimasto evanescente nel campo giudiziario e letterario, almeno fino all’inizio degli anni novanta del Novecento.

La pratica giudiziaria e la cultura maschilista hanno nascosto fino ai tempi recenti questa figura, da sempre relegata al proprio ruolo tradizionale di casalinga ed educatrice nell’immaginario comune. Invero, nasconde un profilo poliedrico a seconda delle esperienze di vita, del carattere, e della rifunzionalizzazione di ruolo operata dai clan, in vista dei nuovi processi. La donna appare ora più attiva. A sostegno di questa tesi, differenti elementi probatori smentiscono una visione dei ruoli ancora una volta ideologici e stereotipati. 

Partiamo dal dire che nel dialetto camorristico si fa una distinzione tra ‘a femmena (la mantenuta, l’amante, la prostituta) e a’ ronna (la moglie).

Le fonti giudiziarie archivistiche di fine ottocento attestano che la polizia era solita imbattersi in una delinquenza femminile che connotava la vita di quartiere. Senza appartenere alla setta, le donne avevano un ruolo ben preciso nei meccanismi economici della società napoletana.[3]

A tal proposito ci torna utile una delle prime opere sulla camorra dello scrittore e poligrafo Marc Monnier. Nella sua operata datata 1863, l’autore ci parla di una donna, una comune cittadina, tutt’altro che servile e arrendevole.[4] Oltre agli usurai delle bische Napoletane “regna una camorra che a sua volta opprime. Questa camorra è rappresentata da una donna […]” e continua descrivendone le fattezze:

“Essa ha il fuoco negli occhi e un coltello in tasca: io l’ho trovata un giorno con le mani sanguinose: mi disse ridendo, che non era nulla. È dessa che comanda. Non havvi disputa in cui non prenda parte o per l’uno o per l’altro, non rissa nella via in cui non corra a gittarsi nella mischia co’ bracci protesi. […] Non basta: essa rende giustizia”.

Le parole di Monnier raccontano di una figura femminile aggressiva, intraprendente, che ama sporcarsi le mani di sangue. Un potere femminile parallelo a quello della camorra maschile. Queste donne non esitano, come poi scrive successivamente, a rendere giustizia di torti subiti da persone perbene.

Inoltre, egli introduce un particolare non trascurabile delle caratteristiche osservate in questa donna. Benché le ritenga estranee alla camorra, afferma che

Essa fa il suo piccolo commercio in casa, si appropria ciò che trova, sorveglia le contrattazioni, tassa i fornitori, preleva sopra ogni cosa il suo diritto: gli altri lo sanno, e si tacciono perché hanno paura.”

(Monnier, 2014, 78 – 79).

Le donne della società napoletana vivevano di espedienti; non si facevano scrupolo di utilizzare la violenza in assenza di un apparato statale inesistente e di risorse manchevoli. Il campo di azione economica (ricordiamo separato dalla camorra) andava dall’usura, alla prostituzione, al contrabbando, alla gestione dell’economia casalinga. Una dizione specifica dell’epoca le definiva maeste[5] (il femminile di masto).

Ancora una volta, nel disegnare il profilo degli attori del network camorristico, siamo in presenza di ruoli sociali frutto della permeabilità del confine tra la famiglia popolare napoletana e le famiglie di camorra; e così, anche

“Le differenze di genere nella camorra rimandano, a ben vedere, alle caratteristiche della più ampia società napoletana: una società in cui le donne degli strati popolari hanno giocato ruoli cruciali nella gestione dell’economia illegale […]”

(Gribaudi e Marmo, 2010, 12).[6]

Questa è certamente una caratteristica del tessuto sociale napoletano che lo rende unico nel suo genere.

Le qualità della donna di camorra sarebbero un lascito parziale dei ruoli ricoperti dalle mogli napoletane, che in passato si occupavano della gestione del patrimonio e del procacciamento del pane per vivere, specialmente in periodi di guerra. Si tratta, a nostro avviso, di madri, prima che mogli, aventi la responsabilità di educare i figli e garantire l’equilibrio all’interno del focolare domestico. 

L’osmosi storica dei ruoli femminili ha reso il ruolo della donna napoletana, sia di camorra, altro rispetto ai rapporti di genere delle cosche quali ‘ndrangheta e Cosa Nostra. Ciò vuol dire, che mentre a Napoli esse sono il prodotto di una cultura che ha visto nelle donne un valore aggiunto per la casa e per l’uomo, in Sicilia e in Calabria hanno acquistato altre funzioni: di maggiore «subordinazione», di conservazione della memoria o dei segreti. Ruoli per così dire passivi o di merda «sostituzione» dei mariti oramai carcerati.

Nella struttura camorristica napoletana, la centralizzazione e la divisione del network di potere e di impresa è meno netta, e il codice d’onore non impone più le categorizzazioni passate. Gang, gruppi di spaccio, clan facenti parte del sistema, hanno rapporti paritari. Tutto ciò a vantaggio delle donne, che sono comprese in questo sistema di relazioni alquanto egualitario (Gribaudi, 2010).

Il tessuto sociale di camorra appare sfumato, frastagliato ed incoerente; qualificato da una grande disomogeneità che ci consegna una lettura diversa per ogni quartiere. Sempre più frequentemente sono donne che usano la fama dei mariti carcerati per incutere timore nella gestione delle attività commerciali di cui fanno le veci.

Così Anna Casella, moglie di uno dei capi storici del clan Di Biase dei Quartieri Spagnoli, risponde ad una donna che non ripaga un prestito a strozzo:

“Dille che ha detto così Anna: non è per i mille euro, ma non deve più accostare perché la faccio sguarra ‘a fessa! a lei e a chi si mette in mezzo! […] sono andata e tornata, è da sette mesi che non mi dà niente più! Non deve accostarsi perché le faccio fare la posta notte e giorni!”

(Gribaudi, 2010, 152).[7]

Sfrecciano veloci sui loro scooter e non esitano ad utilizzare il turpiloquio quando necessario. Il costume dell’onore, tipico delle altre organizzazioni mafiose conosciute, è declinato in una forma che non segue la tipica dicotomia di onore e vergogna. Tutt’al più l’onore non tollera le aggressioni e risponde immediatamente con la violenza.

In casi più estremi la violenza sovverte la regola che vuole al conflitto solo gli uomini, le donne diventano sanguinarie ed efferate. Negli anni duemila, nel Vallo di Lauro, zona di confine tra la Campania e l’avellinese, si sono verificati alcuni agguati: è la cosiddetta «strage delle donne».

Chiara Manzi, capessa del clan Graziano, organizzò una rappresaglia contro il gruppo rivale dei Cava, per riscattarsi dalla posizione delicata di sorella del mandante (gruppo Cava) di un omicidio ai danni dei Graziano. In secondo luogo, sapeva quanto fosse precaria la tenuta del clan Graziano stesso. Decise, quindi, di indebolire la fazione opposta cooptando nelle sue leve tutte donne. Fomentò la nuora e le nipoti appena ventenni; lei guidava il commando da casa. L’agguato terminò in una carneficina. Nello scontro armato persero la vita quattro donne del gruppo Cava, altre vennero gravemente ferite. Sono donne, “madri e nonne, protettive e preoccupate nei confronti dei propri figli e nipoti, diventano agguerrite e sanguinarie quando si tratta di giovani, del clan opposto, ai quali si giura odio «fino alla settima generazione»” (Siebert, 2010, 23).

Le sorelle compaiono insieme nel gestire i rapporti tra gli uomini, organizzano il tempo libero, le feste, tengono uniti gli uomini dei rispettivi clan. Ed è proprio il potere acquisito di fare indirettamente da collante tra le famiglie che fa ricadere su di loro importanza e onorabilità sociale.

Come ha scritto Salvatore Lupo:

“Una delle differenze tra dentro e fuori è proprio questa: alle donne dei mafiosi non è consentito quanto è consentito alle altre”

(Gribaudi, 2010, 26)[8].

Nella famiglia camorrista, in rari casi si legge di donne vittime delle vessazioni dei mariti; ciò è preponderante nelle altre organizzazioni.

Per la camorra l’eccezione fa la regola: nel nuovo secolo la mafia siciliana si modernizza, manda le donne in prima linea con atti clamorosi come convocazioni di conferenza stampa, ma già Pupetta Maresca, moglie del gangster di camorra Pasquale Simonetti, fu un’avanguardia in questo. Nel 1982 convocò i giornalisti di Napoli Circolo della stampa, creandosi una piattaforma da dove lanciare minacce e violente dichiarazioni. Da sempre, la donna di camorra, è dotata di una spiccata arguzia nel gestire le situazioni, l’economia, i rivali, e questo probabilmente per via della forte competizione sociale presente a Napoli e dei luoghi intricati del basso napoletano che le ponevano a stretto contatto con ogni genere di problema.

Purtroppo per le donne di camorra e di mafia rimane un punto debole: i figli. La famiglia parentale si mescola alla famiglia criminale, “la dimensione degli affetti si sovrappone e si confonde con gli affari criminali” (Siebert, 2010, 23), costringendole a vivere in una profonda ambiguità, combattute tra il desiderio di libertà emotiva e la finzione voluta dal contesto criminale, col fine di preservare i figli da possibili violenze. Le donne di mafia si trovano in questo modo a mediare tra la libertà e l’oppressione; non mostrano soltanto spavalderia. Nella loro vita privata, sono spesso combattute. Capiamo, da questi aspetti, la differente reattività delle donne oltre lo stereotipo, che nascondono una dinamicità e una complessità emotiva maggiori degli uomini: sono costantemente poste dinnanzi ad una vita fatta di gestione, di scelte e di compromessi.

Emerge un quadro estremamente poliedrico. Seppur con piccole somiglianze, la donna di camorra è più affrancata, meno pressata dalle gerarchie del codice e maggiormente attrice degli affari mafiosi. Molte fonti ci parlano di donne a capo di famiglie mafiose in atteggiamenti mascolini, c’è spazio per ciò che nell’antico codice era proibito: Anna Terracciano, ‘o masculone, ricopriva un ruolo di primario ordine nel clan Terracciano dei Quartieri Spagnoli, girava armata, faceva parte dei gruppi di fuoco ed era lesbica.

Concludendo, non parliamo mai di un’«emancipazione» a tutti gli effetti. Molto probabilmente si può scorgere uno spazio in cui le donne pescano dalle pratiche e dai ruoli maschili, per consolidare un identità diversa da quella che la cultura sociale attribuisce alla natura biologica, che al massimo spinge verso una rifunzionalizzazione dei compiti della donna, lasciando perdurare l’antica funzione sociale interna alla famiglia di camorra (Gribaudi, 2010). Certo è che dimostrano di essere forze vive[9] del conflitto.


Bibliografia

[1] Nella nota a piè di pagina di G. Gribaudi, Familismo e famiglia a Napoli e nel Mezzogiorno, Meridiana, 1993.

[2]  A. M. Zaccaria in Brancaccio e Castellano, 2015.

[3] A. Migliaccio e I. Napolitano, Donne violente e donne criminali a Napoli nelle fonti di polizia giudiziaria (1888-1894), Meridiana, 2010.

[4] M. Monnier, 2014.

[5] Termine di L. De Mase, cit. in G. Gribaudi, Donne uomini famiglie. Napoli nel Novecento, l’ancora del Mediterraneo, Napoli, 1999.

[6] Migliaccio – Napolitano, 2010, cit. in G. Gribaudi e M. Marmo, Che differenza fa, Meridiana, 2010.

[7] Negli articoli de «Il Mattino», 5 gennaio 2009 e 27 giugno 2009 in G. Gribaudi, Donne di camorra e identità di genere, Meridiana, 2010.

[8] S. Lupo, La mafia: definizione e uso di un modello virilista, in «Genesis», 2, 2003, cit. in G. Gribaudi, 2010.

[9] Termine usato da Scionti, 2011

Vincenzo Casapulla

Classe 1995, sono nato a Caserta, capoluogo celebre per la residenza reale ai tempi dei Borbone. Ho conseguito la laurea magistrale in Psicologia del lavoro e delle organizzazioni.
Cos'altro dire ... per quanto mi riguarda, non c'è nulla di più bello che fare una passeggiata immersi nella natura. Ovunque ti giri c'è poesia. Puoi ritrovare te stesso e il senso di tutto, ed essere a tu per tu con il mistero della vita. Leggo spesso libri che trattano della criminalità organizzata, sulla quale ho peraltro basato la stesura della tesi di laurea triennale in antropologia culturale. Proprio la scrittura mi è di aiuto a mettere insieme le conoscenze e le letture passate per condividerle e renderle materia di scambio e fonte di idee.

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