Quando il carcere è il nuovo inferno

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Le pene non possono consistere in trattamenti contrari al senso di umanità e devono tendere alla rieducazione del condannato. Non è ammessa la pena di morte.

Costituzione Italiana. Articolo 27 commi III e IV

L’Italia sa sorprenderti con il meglio della propria umanità: un giorno senti il politico che grida contro i barconi dei migranti, quello successivo, nonostante un video mostri cose indegne per un paese civile, arriva ad avere il coraggio di sostenere le guardie carcerarie (pur specificando che quelli erano solo dei “cani sciolti” da punire).

È quanto successo nel carcere campano di Santa Maria Capua Vetere, ospitato in un’immensa struttura a lato della Strada Statale 7 bis, circondato dalle campagne e da piccole attività industriali locali. In questo luogo le guardie carcerarie sono state riprese, in un video di oltre un anno fa, a prendere a calci ed a manganellate un grande numero di detenuti, radunati in una sala comune, in quella che sembrava essere una specie di perquisizione.

Il video stesso, diffuso dal quotidiano “Domani” su Youtube, è per stomaci forti e cuori coraggiosi, eppure ci si chiede se sia possibile, anche considerata la situazione, che degli esseri umani debbano essere trattati in quel modo in un paese che autoreferenzialmente si definisce civile. Come se non bastasse è sorta, da parte di molti utenti, una domanda spontanea: “C’erano dei camorristi tra i colpiti?“. La risposta è un secco “no“, perché, neanche in carcere (o, forse, soprattutto) esiste l’uguaglianza tra detenuti, ma rapporti simil-feudali dove alcuni signorotti possono spadroneggiare tra i detenuti, e le guardie non hanno il coraggio neanche di guardarli negli occhi (forti con i deboli e deboli con i forti, un vecchio ritornello italiano).

Il video delle violenze a Santa Maria Capua Vetere

È questa la denuncia da farsi al nostro sistema carcerario: è diventato il ricettacolo dei peggiori istinti della nostra italica umanità, la triste somma di tutti gli atteggiamenti che non sono degni neanche di bestie: il sopruso diventa la norma ed il carcere diventa la versione anticipata di un inferno che dovrebbe essere atteso al di là della soglia, non al di qua. Questo perché la nostra morale, di derivazione latamente cristiana, ci porta a celebrare le soluzioni general-preventive basate sulla paura e sulla punizione esemplare, secondo l’idea che, per alcuni, possibilmente degli indesiderati, è meglio che l’Inferno inizi su questa terra (ed al diavolo qualsiasi contenuto sulla carità cristiana). In questa concezione i detenuti sono come bestie feroci da abbattere, senza più diritti appena varcano la soglia che sancisce la fine della loro libertà. La vendetta, dunque, si confonde con il diritto e la giustizia diventa un menu à-la-carte.

Ma, per i poco attenti, ci sono da fare alcune considerazioni. Innanzitutto, molte delle persone detenute sono in attesa di un processo che determini la loro colpevolezza e, quindi, si trovano lì per effetto di misure cautelari, che, stando a quanto dicono la nostra Costituzione e le nostre leggi, non significano colpevolezza. Eppure, da troppo tempo ormai, c’è l’idea che la pena vada “anticipata” ad un momento il più possibile antecedente, marginalizzando persone che, tante volte, non sono neanche colpevoli, dopo l’esito del processo.

Non a caso l’articolo 27 della Costituzione dice:

L’imputato non è considerato colpevole sino alla condanna definitiva.

Ma questo principio viene, troppo spesso, dimenticato, e le misure cautelari diventano il luogo per l’applicazione di “mezze-condanne”, se non di condanne senza garanzie. Da ciò iniziano gli immensi calvari di intere famiglie che devono vedere i propri cari soffrire dietro le sbarre, spesso senza che siano neanche colpevoli.

In tutto questo si mette la condizione degli istituti di pena italiani, che definire tragica sarebbe anche troppo gentile. Problematiche come il sovraffollamento, i soprusi e la violenza emergono ogni giorno ed è noto che i membri delle organizzazioni criminali, troppo spesso, godono di un trattamento di favore rispetto ai criminali per reati comuni. C’è anche da dire che in Italia vi è una criminalizzazione eccessiva di tantissimi comportamenti che, rispetto alla pace sociale, risultano essere quasi irrilevanti. Infatti, sono tantissimi i detenuti che hanno ricevuto condanne per spaccio di droghe leggere, alcuni per piccoli furti, in una prosopopea di norme penali che diventano ogni giorno sempre meno comprensibili e sempre più punitive (tra i grandi esempi la famigerata legge Fini-Giovanardi).

L’intero sistema è marcio fino al midollo, a cominciare dai Pubblici Ministeri che, troppo allegramente, richiedono le misure cautelari, andando ad ingolfare la già tragica situazione di sovraffollamento, fino ai giudici che si rivelano essere severissimi sui crimini comuni appena citati, fino ad arrivare alla gestione degli istituti di correzione ed alla loro squallida quotidianità. In tutto questo un ruolo cardine è quello della giurisprudenza che, troppo spesso, muta le proprie interpretazioni delle norme.

Quindi il carcere non è più un luogo dove la persona che ha sbagliato viene condotta al reinserimento, ma diventa il luogo dove tenere al sicuro le persone marginalizzate, spesso accentuando questa stessa marginalizzazione che si esprime in un desiderio di vendetta contro i soprusi subiti dal sistema. La guerra tra poveri si svolge anche in carcere, ogni giorno e, per quanto l’Italia sia stata più volte condannata per le condizioni dei propri istituti di pena, si è fatto pochissimo per cercare di rendere, quantomeno, umane le condizioni carcerarie.

Questo è dovuto, da un lato, ad una sequenza di governi che, in maniera allegra, hanno approvato leggi di inasprimento delle pene contro il patrimonio e contro i reati comuni e, dall’altra, riducendo i fondi destinati agli istituti di correzione in un doppio effetto che ha fatto lievitare il numero dei detenuti peggiorandone le condizioni. L’Italia, in questo campo, continua ad essere un Paese che, a malapena, merita l’aggettivo di civile e, troppo spesso, sembra solo un caso il fatto che sia stata la patria di Cesare Beccaria.

No, miei cari lettori, non possiamo vivere la “Resilienza e Ripartenza”, se prima non ripartiamo dalla libertà delle persone fuori dal carcere e dai diritti dei detenuti (qualsiasi sia la motivazione) in carcere. Inoltre, non è tollerabile la divisione in classi di detenuti tra assassini privilegiati ed immigrati, piccoli ladri e coltivatori di cannabis presi a manganellate al sicuro, nel privato delle mura carcerarie. Questa condizione non s’addice ad uno Stato civile, ma ad uno Stato brado, dove domina la legge del più forte.

In questo a nulla servono le lacrime da coccodrillo della direttrice del carcere che ha definito quelle immagini “ingiustificabili ed agghiaccianti”; questo perché la domanda successiva sarebbe: “e lei dov’era direttrice?”, a questa domanda dovrebbe, a questo punto, rispondere il dirigente di un istituto di pena, che sarebbe a malapena giustificabile, nel caso fosse stata cieca e sorda (ma presumiamo non lo sia). È mancata la vigilanza, è mancato il protocollo e non è da escludersi che quanto avvenuto nel video fosse una pratica ripetuta più volte.

In tutto ciò, riesce difficile digerire quanto avviene perché questo è un solo episodio colto tra i troppi avvenuti negli anni.

Il carcere non deve essere un albergo con delle sbarre (anche se l’esempio norvegese porta ad una recidiva bassissima), ma non è più tollerabile che degli esseri umani vedano negati i propri diritti, appena varcata la soglia del carcere. Chi commette uno sbaglio è giusto che subisca una condanna e si avvii ad un percorso di reinserimento, solo che questo percorso non può essere fatto da violenza quotidiana e soprusi. Non è tollerabile.

L’Italia merita di meglio, i detenuti meritano un trattamento minimamente umano ed i soprusi e le violenze non possono essere tollerati in una democrazia.

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