Madri

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Ogni giorno, aprendo WhatsApp, si spera che un proprio conoscente o congiunto non abbia condiviso con voi l’ennesimo post celebrativo del buongiorno o di qualsiasi altra cosa gli sembri abbastanza accettabile da condividere con un altro essere umano. L’ignara vittima dirà di averlo ricevuto, ma seppur presa alla sprovvista, ormai studiata, la ignorerà, come di dovere, con grande garbo e scienza, tale da meritarsi un Oscar. 

Da ammettere, però, che tra questi post, rarissimamente a dire il vero, fanno la loro comparsa anche cose intellettualmente accettabili e moralmente condivisili, tali da raccogliere la nostra attenzione.

Oggi, 10 maggio 2020, ad esempio, come da tempo a questa parte, si celebra la festa di tutte le mamme. Una ricorrenza civile diffusa nel mondo e celebrata in onore della maternità e dell’influenza sociale delle madri.

Va per la maggiore, la condivisione della poesia ‘A Mamma” del poeta napoletano Salvatore di Giacomo (Napoli, 12 marzo 1860- Napoli, 4 aprile 1934), recitata da Totò:

“Chi tene ‘a mamma
è ricche e nun ‘o sape;
chi tene ‘o bbene
è felice e nun ll’apprezza

Pecchè ll’ammore ‘e mamma
è ‘na ricchezza
è comme ‘o mare
ca nun fernesce maje.

Pure ll’omme cchiù triste e malamente
è ancora bbuon si vò bbene ‘a mamma.
‘A mamma tutto te dà,
niente te cerca

E si te vede e’ chiagnere
senza sapè ‘o pecché, 
t’abbraccia e te dice:
“Figlio!!!”
E chiagne nsieme a te.”

Non ci rendiamo conto, presi da mille pensieri e dalle frenetiche scadenze materiali, della fondamentale importanza e del ruolo che ha nel nostro vivere, una madre. Non che i padri non meritino altrettanto rispetto, anzi gli tributiamo medesimi onori. Non di frequente devono supplire o purtroppo sostituirsi, per amari scherzi dell’esistenza, a quel ruolo, così apparentemente facile, ma arduo e impegnativo.

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Celebriamo, non solo oggi, ma sempre, le mamme che ci sono e quelle che il destino ha voluto lontane dai loro figli, facendole mancare troppo presto. Forse proprio chi vive questa forte mancanza, questo vuoto, può rapportare con seria e dignitosa voce, l’essenza piena di quel rapporto viscerale. Solo sapere ciò che si è perduto, rende consapevoli.

Il periodo che stiamo vivendo, il cosiddetto periodo di distanziamento fisico, più che sociale, ha messo dinanzi a tutti, la necessità di godere della semplicità di un rapporto familiare, di un’amicizia, e di qualsiasi “affetto stabile” che ci dia gioia e ragione di vivere, con più intensità, nonostante le dovute precauzioni.

Si è figli perché qualcuno ci ha concepito e partorito. Una madre, generatrice di vita, forse solo lei, sa cosa voglia dire l’autenticità di uno sguardo, la profondità di un malessere, le parole che non abbiamo il coraggio di dire, ma che lei ha già inteso, in tutto il suo significato.

Si è madri prima in vita e poi nella morte. Una figlia, un figlio, quel legame non lo perderà mai. Se lo si porta per tutta la vita, come un bene prezioso. Non c’è età in cui non vorremmo parlarle di noi, delle nostre esperienze. Non solo quando si è giovani, ma anche quando si arriva ad una presunta maturità, presunta, perché in noi aleggerà sempre quella mancanza, insostituibile e certa.  Se chi mi legge si troverà nelle mie parole, correte dalle vostre madri, sia se sono in casa che fuori, come lo è la mia, dimostrate il vostro affetto più nudo, autentico, sincero, anche se a un metro di distanza. C’è chi l’ha molto più lontano, ma che in realtà la sente al proprio fianco. Il rispetto degli affetti è il rispetto di un vivere socialmente giusto. Lasciamo stare l’orgoglio; lasciamo stare le incomprensioni; godiamoci la bellezza della vita. Non è, il sorriso di una madre o anche il ricordo di un sorriso immutato nella nostra mente, motivo di intima serenità, da tenere gelosamente custodita nel nostro cuore?

Un figlio, fortunato ad averti ancora, anche se lavori lontano. Sei comunque con me, ti penso, mi conforti.

Vincenzo Rossi

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