Pedofilia e Chiesa: dal dossier CIASE ad Il caso Spotlight

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Il mia colpa, mia colpa, mia grandissima colpa che nasconde l’orrore.

216.000 minori sono stati abusati sessualmente dagli ecclesiastici negli ultimi 70 anni solo in Francia, precisamente dal 1950 al 2020. La stima aumenta a 330.000, se si aggiungono gli operatori laici che lavorano nelle scuole cattoliche, negli oratori o nelle cappellanie.

Non era questo ciò che si aspettavano i vertici della macchina episcopale francese quando incaricarono la Commissione Indipendente sugli Abusi Sessuali nella Chiesa (CIASE) di indagare sul fenomeno criminale in discorso, affinché si potesse fare chiarezza e infondere fiducia alla gente verso l’istituzione clericale. Il quadro è drammatico, i numeri sono aberranti ed il senso di vergogna che tutti – nessuno escluso – dovranno provare in questo momento, per quanto profondo possa essere, mai riparerà le ferite impresse da una becera, oltre che disgustosa, pratica fin troppo radicata e dura a morire.

Le dichiarazioni.

Stando a quanto affermato dal Presidente della Ciase, Jean-Marc Sauvé, la pedocriminalità negli ambienti ecclesiastici è un fenomeno sistemico. Non si può più parlare della mela marcia da togliere dal mucchio e relegare ai margini della società, con tanto di sommesso commiato, ma è necessario un intervento che coinvolga prima l’Europa e poi il mondo intero, perché solo attraverso un’azione globale ed istituzionale si potrebbe – forse – ottenere qualche miglioramento. Sauvé non usa mezzi termini ed annuncia che, in caso di perpetrata inerzia, sarà lui stesso a farsi carico di ripetere il lavoro di indagine condotto in Francia in tutti gli altri Paesi.

«La Chiesa cattolica non ha saputo vedere, non ha saputo sentire, non ha saputo captare i segnali» – prosegue ancora il presidente – evidenziando quanto la beffa, oltre la violenza, sia l’austera indifferenza mostrata nei confronti delle vittime, che sono state (e vengono ancora, aggiungerei) considerate come in parte responsabili di quanto loro accaduto, quasi come se vi avessero contribuito.

Papa Francesco ha espresso vicinanza alle persone coinvolte, riconoscendo l’immenso dolore per i traumi subiti dai minori dell’epoca e la profonda vergogna da cui la Chiesa tutta è avvolta. L’auspicio è il non veder ripetere eventi del genere ma, con tutto il rispetto per il Santo Padre, la preghiera a nostro Signore non basta. Le istituzioni cattoliche sono da sempre il punto di riferimento per molte famiglie, che affidano loro – letteralmente – la prole, cosicché possa crescere nella più illibata rettitudine. La religione è un insieme valoriale che definisce la persona e ne condiziona la vita di relazione, essendone intimamente legata, la maggior parte delle volte, fin dalla nascita. Il vero fedele non riesce a distinguere sé stesso dalla propria fede religiosa, perché quest’ultima concorre a renderlo ciò che è. Ne consegue che l’intero contesto socio-ambientale ad essa afferente diventa la sua casa, un posto sicuro, il luogo in cui andare per ritrovare pace e rendere grazie.

Il ruolo della Chiesa.

È in quest’ottica che bisognerebbe guardare al fenomeno criminoso, se vogliamo davvero capirne la portata. Le scuole cattoliche, gli oratori, i movimenti giovanili, i convitti, la semplice funzione domenicale rappresentano tutte delle occasioni di formazione e crescita personale. Lasciando per un attimo perdere tutti quei casi di fondamentalismo religioso – sempre dannoso e sempre da condannare – ma quanti si fidano genuinamente della Chiesa e dei suoi Pastori ed è proprio in virtù di questa fiducia che desiderano che i propri figli seguano dati percorsi educativi e partecipino a certe attività, credendoli al sicuro e nel migliore dei posti possibili? Per non parlare di quanti trovino nella stessa l’unico rifugio concreto, non avendo nessun altro ad occuparsi di loro.

Il timore reverenziale, peraltro, che si prova verso i Ministri del culto cattolico è così radicato da fare da protezione per lo stesso carnefice di cui, quasi sempre, non si metterà mai in dubbio l’irreprensibilità. E’ il bambino, piuttosto, che fa pensieri deviati e s’inventa storie assurde.

Il caso Spotlight.

Questo meccanismo psicologico viene reso perfettamente ne “Il caso Spotlight”, vincitore dei premi Oscar al miglior film e alla migliore sceneggiatura originale nel 2016 su ben sei nomination. 

<<Se sei un bambino povero di una famiglia povera, la religione conta moltissimo e se un prete ti mostra attenzione è una grande cosa. Ti fa raccogliere i libri dei canti, gettare la spazzatura e ti senti speciale. È come se Dio chiedesse di dargli una mano, così è un po’ strano quando ti racconta una barzelletta sporca, però adesso avete un segreto in comune e così stai al gioco. Poi, arriva una rivista porno e tu stai al gioco. Tu stai al gioco, tu stai al gioco… finché un giorno arriva a chiederti di fargli una sega oppure un pompino e tu stai al gioco anche in quel caso, perché tu ti senti in trappola: lui ti ha circuito. Come puoi dire no a Dio?>>

Phil Saviano – figura chiave dell’intera inchiesta – aveva 11 anni quando tutto ebbe inizio, ma i segni di quanto accaduto gli sono rimasti sulla pelle senza mai scomparire. È uno di quelli che, con grande sforzo, ha cercato di attivarsi per prestare sostegno a chiunque si sia trovato costretto a passare attraverso lo stesso inferno, testimoniando una grande verità di cui, ancora una volta, nessuno parla: il cosa accade dopo, il chi si diventa e come ci si rapporta agli altri.

<<È importante capire che non è solo un abuso fisico ma anche un abuso spirituale e che quando un prete ti fa questo ti sta rubando anche la tua fede, così chiedi aiuto alla bottiglia o a una siringa e, se non funziona, ti butti da un ponte. Per questo, ci chiamiamo “sopravvissuti”.>>

La trama.

Era il 2001 quando Marty Baron divenne il nuovo direttore del Boston Globe, un giornale che stava decisamente perdendo il suo mordente e che lui, invece, era deciso a riportare in alto facendo sì che divenisse un punto di riferimento anche per le tematiche più scomode. Lavorava ancora per il Miami Herald quando lesse un paio di articoli su un prete accusato di aver abusato almeno di 84 minori, restando negativamente colpito dal fatto che l’uno venisse riportato nelle pagine locali del quotidiano – così come si fa con le notizie poco importanti – e che l’altro si concludesse con il non poter fare nulla, perché tanto i documenti sono sigillati. Baron sapeva che ci fosse altro ed incaricò la squadra di giornalisti investigativi – Spotlight, per l’appunto – di fare luce sulla vicenda. L’ipotesi era che tutti gli insabbiamenti fossero opera dell’arcivescovo Bernard Francis Law. Qualcuno sapeva, doveva sapere.

Il commento.

Il film non è rilevante dal punto di vista artistico: sembra quasi che lo stesso regista – Thomas McCarthy – si metta a disposizione della storia per raccontarla senza tanti fronzoli, seguendo semplicemente quanto sia realmente accaduto. Potrebbe essere considerato come una dichiarazione d’amore al giornalismo d’inchiesta, alla passione che muove chi sceglie questa professione davvero per il bisogno di dire la verità, nonostante tutto, e senza cui è facile pensare che questa vicenda sarebbe rimasta nascosta chissà dove. La formula funziona, perché non annoia mai.

Il cast è eccezionale: compaiono nomi dal calibro di Michael Keaton, Mark Ruffalo, Rachel McAdams, Liev Schreiber, John Slattery, e questo basta a far dimenticare una prova attoriale complessiva molto asciutta, probabilmente funzionale a porre l’attenzione sul fatto e non sulla star della pellicola.

Purtroppo, è fin troppo realistica la ricostruzione dei meccanismi nascosti dietro i trasferimenti dei preti da una parrocchia all’altra, la difficoltà di accesso a documenti che avrebbero dovuto essere pubblici, la resistenza e la paura delle vittime nel parlare per la paura che sia tutto inutile.

L’inchiesta valse ai giornalisti che la condussero il Premio Pulitzer e, ancora oggi, sul sito del Boston Globe c’è un’intera sezione ad essa dedicata, con una timeline degli articoli principali che le diedero il via e a cui fecero seguito più di 600 pezzi. Il Boston Globe divenne davvero un punto di riferimento, perché tantissime persone contattavano la redazione per raccontare la loro storia.

Avevano capito di non essere sole.

Avevano capito di poter far sentire la loro voce.

Avevano capito di dover agire per impedire che accadesse ancora.

Un grande merito del film è aver mostrato l’umanità dei protagonisti, i quali non vengono mai dipinti come degli eroi senza macchia pronti ad immolarsi per il bene comune. Al contrario, le ombre, gli altarini, le cose non dette, qualche rimorso e i sensi di colpa attanagliano anche loro, in una lotta feroce con sé stessi tra ciò che era giusto fare e ciò che invece è convenuto fare.

Nessuno è immune dalla contraddizione, nessuno è solo santo o solo peccatore, neanche chi sta dall’altra parte del banco, perché il male esisterà fintantoché esisterà l’essere umano. Può sembrare una banalità, ma sono le scelte a fare la differenza, a dettare la direzione per noi e per gli altri.

Lo sa il giornalista che aveva sottovalutato la notizia, lo sa la collega che si era arresa alla prima porta chiusa, lo sa la mamma che non credette al figlio, lo sa il giudice che assolse, lo sa l’avvocato che aveva profittato del sistema per fare soldi, lo sa il prete che quel colletto bianco lo indossava per avido opportunismo. Tra questi, ci sarà chi farà i conti con la propria coscienza e chi no. È una storia vecchia quanto il mondo, ma il gesto di uno potrebbe smuoverne altri ed il film qui si gioca tutto.

Serviva un nuovo direttore, sinceramente mosso dal fuoco delle notizie? Può essere.

Sta di fatto che quella miccia ha scoperchiato il vaso di Pandora con un’escalation di eventi e rivelazioni, che hanno reso impossibile continuare a fare ciò che più di tutto ha favorito questa barbarie: chiudere gli occhi, voltandosi dall’altra parte pur di non vedere.

Giulia Delle Cave

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