Suicidi in carcere: l’emergenza taciuta

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Parafrasando Orwell: “alcune morti sono uguali, ma alcune sono meno uguali delle altre“. Dall’inizio dell’anno, quindi nell’unico mese appena trascorso, 8 detenuti si sono tolti la vita: uno ogni tre giorni, restando fermi al 24 gennaio, data dell’ultimo decesso.

I recenti sviluppi

Salerno, Vibo Valentia, Foggia, Brindisi e l’elenco potrebbe continuare. Il 2022 è appena cominciato, ma nel mese di gennaio sono stati registrati 8 suicidi nelle strutture penitenziarie. L’età media dei detenuti morti per mano propria è di 33 anni: il più giovane ne aveva 22, mentre il più anziano 46. Facendo un piccolo passo indietro, tra l’ottobre e il novembre del 2021 ce ne sono stati altri 4 solo nella Casa Circondariale di Torre del Gallo di Pavia. Dalle indagini degli esperti di settore, numerosi sono anche gli atti di autolesionismo praticati dai detenuti – atti pericolosi, spesso estremi che conducono a gravi conseguenze fino a giungere a fatali arresti cardiaci – ed i problemi psichiatrici, che non vengono adeguatamente affrontati sia per carenza di personale che di percorsi riabilitativi. Inoltre, nel carcere di Pavia è stata evidenziata un’ingente presenza di detenuti per delitti contro la sfera sessuale, collaboratori di giustizia ed almeno il 60% della popolazione carceraria condannata a pene molto alte che, tecnicamente, non dovrebbe soggiornare in una Casa Circondariale.

Quest’ultima, infatti, dovrebbe ospitare gli indagati/imputati sottoposti a custodia cautelare – quindi soggetti con procedimento/processo in corso, in attesa di sentenza, non colpevoli fino a prova contraria – e condannati in via definitiva a pena della reclusione non superiore ai 5 anni. Tutti gli altri, invece, dovrebbero essere destinati alle Case di Reclusione, per l’ovvia esigenza di differenziare i programmi di trattamento.

L’incidenza della pandemia

L’ormai stagnante emergenza sanitaria acuisce i disagi, dovuti per lo più all’aumento dei contagi, alle mancate vaccinazioni e agli eterni problemi logistici, che rendono impossibile separare i positivi dai negativi con inevitabili focolai che diventano difficili da gestire, anche per le conseguenti – e direi legittime – proteste dei detenuti. A fronte di una capienza di 50.000 reclusi, ad oggi se ne registrano circa 54.000.

Peraltro, la professione medica esercitata in ambito penitenziario non è appetibile. Volendo essere onesti, potremmo dire con tranquillità che venga percepita come quell’ultima spiaggia su cui si finisce quando non ci sono alternative. Fare il medico vaccinatore permette di guadagnare di più, lavorando meno e in un ambiente salubre, tranquillo, dignitoso. In carcere e per il carcere, questo non avviene.

É notizia di qualche settimana fa che nella nota Casa Circondariale di Poggioreale non si riuscissero a garantire nemmeno i servizi primari, quali il cambio lenzuola e la fornitura di carta igienica, oltre che tutto il necessario per la prevenzione igienico-sanitaria. Per non parlare del fatto che, a fronte di visite ridotte, talvolta annullate, molti detenuti non siano nelle condizioni di poter mantenere i rapporti con le rispettive famiglie per mancanza di infrastrutture idonee che permettano loro di svolgere colloqui telematicamente. Insomma, neanche le videochiamate.

Le dichiarazioni sul punto

Il Garante Nazionale dei Diritti delle persone detenute o private della libertà personale (Gnpl) invita ad un dialogo di ampio respiro, unito all’adozione di provvedimenti che rispondano con serietà ed efficacia alla difficoltà dell’affollamento, particolarmente accentuata durante l’emergenza pandemica. C’è bisogno di trovare una via da percorrere insieme per ridurre le tensioni, ridefinire il modello detentivo ed inviare un segnale di svolta. Riportando testualmente: “anche se è evidente che la decisione di porre fine alla propria vita si fonda su un insieme di fattori e di malesseri della persona e non può essere ricondotto solo al carcere, tuttavia, l’accelerazione che ha caratterizzato le prime tre settimane del 2022 non può non preoccupare e interrogare l’Amministrazione che ha la responsabilità delle persone che sono a essa affidate”.

L’Osservatorio Carcere dell’Unione delle Camere Penali rimarca quanto si sia costretti, ancora una volta, a registrare “l’ignavia della politica dinanzi all’emergenza carcere, un magma pronto ad esplodere con gravi conseguenze per tutti.” L’ennesimo errore è stato sicuramente lasciare al caso la gestione della quotidiana vita penitenziaria. Proseguendo: “il tempo delle riflessioni, degli studi, delle elaborazioni è finito da un pezzo” perché – stando agli eventi delle ultime settimane, ma non solo – è palese che siamo di fronte ad una “disperata fuga per la dignità“.

I diritti negati

La Costituzione viene tirata in ballo per i motivi più disparati e, paradossalmente, quasi mai quando si parla di carcere. Eppure, il suo art. 27 è uno dei muri maestri dell’intero sistema processualpenalistico:

“La responsabilità penale è personale.

L’imputato non è considerato colpevole sino alla condanna definitiva.

Le pene non possono consistere in trattamenti contrari al senso di umanità e devono tendere alla rieducazione del condannato.

Non è ammessa la pena di morte.”

É inumano non garantire i servizi igienico-sanitari, così come lo è non assicurare il supporto psicologico necessario e non offrire prospettive di riabilitazione per un reinserimento sociale, perché è questo che non conduce alla sopracitata rieducazione del condannato.

Parlare di carcere è sempre complicato, perché incombe questa convinzione generale dell’esserselo meritato e, quindi, inutile lamentarsi. L’opinione pubblica giustifica il trattamento riservato ai detenuti, perché è solo colpa loro se sono finiti in carcere: si trovano in stato di reclusione perché hanno fatto qualcosa di brutto, perciò come hanno sofferto le persone offese così devono soffrire anch’essi di rimando. Un occhio per occhio alimentato in parte da una carenza di cultura tecnico-giudiziaria – non tutti sono operatori del diritto; in parte dalle sempre più tardive risposte di giustizia, percepite frequentemente come insufficienti; e ancora, in ultima parte, da un’indegna comunicazione che trova il suo punto apicale nei processi mediatici.

I sentimenti delle famiglie delle vittime non possono essere messi in discussione ed è normale che ognuno abbia la propria sensibilità rispetto a certi temi o casi di cronaca, ma è per questo che esistono i tribunali e, ancor prima, l’ordinamento giuridico: un insieme di regole valide per tutti i consociati, a prescindere dalle opinioni personali, e il cui rispetto deve essere garantito nell’interesse generale.

Lo Stato non si deve vendicare del maltorto ma, a fronte di un accertamento di responsabilità, deve irrogare una pena e predisporre un programma di trattamento che fornisca al condannato una seria opportunità per comprendere il disvalore di quanto commesso, riabilitarsi e tornare in società. Entrare in carcere non equivale al doverci morire. Il carcere ha senso solo se temporaneo.

La Corte Europea dei Diritti dell’Uomo ha sanzionato l’Italia più volte e ribadisce gli stessi principi da tempo, con un orientamento costante teso alla tutela del detenuto in quanto persona. Non lavorare sul carcere significa consegnare al Paese delle persone non adatte al reingresso in comunità, perché segnate da un’esperienza traumatica che ha provocato solo effetti negativi, tra ricadute psicologiche e crescente sfiducia verso quelle istituzioni che non sono state capaci di aiutarle, ma anzi si sono rivelate peggio di quanto ci si aspettasse e, pertanto, non c’è ragione per rispettarle.

Ne parlava Michael Foucault in “Sorvegliare e punire” e lo ribadisco qui con forza: la soluzione non è mai l’incarcerazione, ma la prevenzione. Laddove questa fallisca, ecco allora che si presenta necessaria una risposta che spiegherà effetti positivi solo se metterà al centro la persona. Perdendo il carcere, perdiamo la società e quei tassi di morti suicidi e recidivi continueranno a salire. É matematico.

Prat. Avv. iscritta presso il Foro di Napoli Nord, con esperienza maturata in ambito penalistico.
Autrice del podcast "Basta che sia penale" e membro della Redazione de Il Controverso.
Scrive di politica, di diritti e di cultura, perché il cinema e la letteratura arrivano lì dove nient'altro riesce.

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