Pena di morte per fucilazione: ok in South Carolina, USA

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Ritorna il plotone d’esecuzione, per la difficoltà di approvvigionamento dei medicinali necessari per l’iniezione letale. La misura era stata proposta e approvata lo scorso anno, ora è ufficiale. Costerà $53.600.

Come si è giunti alla misura

Il governatore repubblicano della Carolina del Sud, Henry McMaster, nel maggio 2021 ha firmato un disegno di legge che ha reso la sedia elettrica la prima modalità d’esecuzione della pena capitale, lasciando ai condannati al braccio della morte la possibilità di scegliere la fucilazione o l’iniezione, qualora disponibile. Negli ultimi anni, infatti, molte case farmaceutiche hanno interrotto le esportazioni dei medicinali-veleni utilizzati per quest’ultima per motivi umanitari, prendendo una precisa posizione politica.

Posti di fronte all’alternativa, la maggior parte dei detenuti ha optato per l’iniezione letale che però – per le ragioni di cui sopra – è rimasta di fatto ineseguita. Non potendo procedere con la sedia elettrica di default, i vertici dello Stato americano si sono arrovellati per risolvere il problema perché è dal 2011 che le sentenze di condanna alla pena di morte non trovano applicazione e, tra tutte le soluzioni possibili, hanno deciso di tornare indietro di secoli, emulando quanto già in vigore in Mississippi, Oklahoma e Utah.

I costi e l’organizzazione

Sono stati spesi $53.600 per portare a termine i lavori di ristrutturazione della Capital Punishment Facility nell’istituto penitenziario della capitale Columbia – il Broad River Correctional Institution – che ora ospita la cd. “camera della morte“, congegnata per eseguire la pena scelta. Il via libera è stato notificato al Procuratore Generale Alan Wilson, appena completata la sistemazione. Secondo quanto riportato dalla CBS, nella stanza c’è una sedia di metallo su cui siederà il detenuto e a quattro metri di distanza, di fronte a lui ma dietro ad un muro con una studiata apertura, verranno posti tre tiratori scelti incaricati di sparargli.

Il Dipartimento di Correzione dello Stato ha assicurato il rispetto di tutti i protocolli legislativi previsti, dichiarando di essere pronti ad eseguire un ordine di esecuzione per fucilazione <<se il detenuto sceglie questo metodo>>. Dal 1976, solo tre persone sono state giustiziate per fucilazione.

Una barbarie che non si riesce ad abbandonare

Oltre il Governatore Repubblicano – per definizione, un conservatore – la misura ha trovato il beneplacito anche dei Democratici ed in particolare del Senatore Dick Harpootlian, un ex Pubblico Ministero passato poi all’Avvocatura nella branca penalistica, che si è esposto senza mezzi termini, definendo l’esecuzione per fucilazione “il metodo meno doloroso e più umano che esista“.

Attualmente, sono 28 gli Stati USA che applicano ancora la pena di morte per determinati gravi delitti, in via abbastanza regolare, specie per l’omicidio di primo grado, il corrispondente del nostro premeditato. Negli altri, la pena capitale non è più contemplata e, qualora formalmente prevista, non vi si ricorre, preferendo la commutazione in ergastolo. Lo Stato che registra il maggior numero di esecuzioni è da sempre il Texas, che mantiene ancora oggi il primato.

A livello federale, i giudici della Corte Suprema hanno dichiarato che la sedia elettrica, l’impiccagione e la camera gas sono da considerarsi “punizioni crudeli“, ergo assimilabili alla tortura e quindi proibite dall’VIII Emendamento della Costituzione degli Stati Uniti: «Non si dovranno esigere cauzioni eccessivamente onerose, né imporre ammende altrettanto onerose, né infliggere pene crudeli e inconsuete». Il problema è che, oltre a non essere mai state espressamente espunte dai singoli ordinamenti – specie la sedia elettrica – non è mai stata dichiarata costituzionalmente illegittima l’esecuzione della pena capitale per fucilazione od iniezione, permettendo ai vari singoli Stati sovrani di scegliere come regolamentare il sistema sanzionatorio.

Dal 1973, sono stati rimessi in libertà più di 170 detenuti ingiustamente condannati a morte, tra cui cinque solo nel 2020.

La giustizia è governata dagli uomini e, pertanto, non va esente da una possibile fallibilità. Negli Stati Uniti è nota una sistemica differenza di trattamento perpetrata a danno delle minoranze etniche e sociali del Paese, che spesso si è tradotta in errori giudiziari clamorosi che hanno segnato la vita di centinaia di persone. Seppur tardivamente, un’ingiusta detenzione può essere revocata e la dignità dell’uomo ristabilita. Niente e nessuno potrà mai restituire gli anni persi, né la libertà di cui si è stati privati senza alcuna ragione giuridicamente valida – talvolta, sembra impossibile anche tornare a godere della stima popolare, perché la memoria collettiva fa fatica a sradicare l’idea di colpevolezza ciecamente accettata – ma, in un modo o nell’altro, c’è una possibilità, quell’infima speranza di far emergere la verità. Ne sa qualcosa l’Avv. Bryan Stevenson, fondatore dell’Equal Justice Initiative, un’organizzazione senza scopo di lucro – con sede a Montgomery, in Alabama – che dal 1989 offre assistenza legale ai condannati al braccio della morte e a chiunque sia vittima di errore giudiziario o ingiusto processo, che negli anni ha letteralmente salvato la vita di numerosi detenuti, in percentuale soprattutto afroamericani o ispanici.

Una volta eseguita, invece, la pena di morte è irreversibile. Già nel lontano ‘700 Beccaria scriveva della sua inutilità in un Paese governato dalla leggi ma, a quanto pare, c’è ancora chi non si decide ad abbandonare una volta per tutte una barbarie che non spiega alcun effetto deterrente. Citando un passaggio de “Dei delitti e delle pene” del celebre giurista:

<< Qual può essere il diritto che si attribuiscono gli uomini di trucidare i loro simili? Non certamente quello da cui risulta la sovranità e le leggi. Esse non sono che una somma di minime porzioni della privata libertà di ciascuno; esse rappresentano la volontà generale, che è l’aggregato delle particolari. Chi è mai colui che abbia voluto lasciare ad altri uomini l’arbitrio di ucciderlo? […] Non è dunque la pena di morte un diritto, mentre ho dimostrato che tale essere non può, ma è una guerra della nazione con un cittadino, perché giudica necessaria o utile la distruzione del suo essere. Ma se dimostrerò non essere la morte né utile né necessaria, avrò vinto la causa dell’umanità. >>.

Prat. Avv. iscritta presso il Foro di Napoli Nord, con esperienza maturata in ambito penalistico.
Autrice del podcast "Basta che sia penale" e membro della Redazione de Il Controverso.
Scrive di politica, di diritti e di cultura, perché il cinema e la letteratura arrivano lì dove nient'altro riesce.

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