Lorenzo è morto a 18 anni per l’alternanza scuola-lavoro.

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Era il suo ultimo giorno di scuola-lavoro, lunedì sarebbe dovuto tornare in classe, ma una trave gli ha spezzato la vita. Lorenzo aveva solo 18 anni.

Cosa è successo

Lorenzo Parelli era uno studente dell’Istituto Salesiano Bearzi di Udine, che aveva avviato un percorso di studi professionali con il Cnos-Fap per il quale stava svolgendo il periodo di alternanza scuola-lavoro previsto nel programma. Si tratta di un’associazione non riconosciuta, costituita negli anni ’70, che coordina i Salesiani d’Italia impegnati a promuovere un servizio di pubblico interesse nel campo dell’orientamento, della formazione e dell’aggiornamento professionale con lo stile educativo di Don Bosco. Da quanto emerso fino ad ora, Lorenzo – al momento del crollo della trave – si occupava dell’allestimento di un macchinario presso la Burimec S.r.L., uno stabilimento di carpenteria metallica di Lauzacco (UD).

Il giovane sarebbe stato colpito improvvisamente da una putrella e, a seguito dell’impatto, immediata sarebbe stata anche la richiesta di soccorso dei colleghi. Tempestivo l’arrivo di un’ambulanza e di un elicottero del 118, a cui ha fatto seguito il sopraggiungere dei Vigili del fuoco del Comando provinciale di Udine. Purtroppo, Lorenzo è morto sul colpo e ogni tentativo di rianimazione si è rivelato inutile.

I locali della menzionata azienda sono stati posti sotto sequestro e la Procura ha iscritto un procedimento penale a carico del datore di lavoro, in qualità di rappresentante legale della Burimec, con contestazione del reato di omicidio colposo.

Il progetto scuola-lavoro

L’alternanza scuola-lavoro, adesso indicata come PCTO (Percorsi per la Competenze Trasversali e l’Orientamento), è una modalità didattica introdotta con la l. 107/2005, la cd. Buona Scuola, con l’obiettivo di aiutare gli studenti a consolidare le conoscenze teoriche acquisite attraverso l’esperienza pratica, così da fornire loro anche gli strumenti per orientare in modo consapevole le proprie scelte future.

Su indicazioni del MIUR, l’attività è obbligatoria per gli studenti degli ultimi tre anni di scuola superiore, con un ammontare di ore complessivo che varia a seconda dell’istituto di riferimento:

  • Per i licei: 90 ore;
  • Per gli istituti tecnici: 150 ore;
  • Per gli istituti professionali: 210 ore.

Com’è tipico in questo Paese, alle scuole viene “fortemente raccomandato” di inserire i progetti scuola-lavoro nell’orario curriculare ma, in realtà, gli stessi possono essere svolti sia nel pomeriggio che nei periodi di vacanza. Peraltro, non è prevista alcuna forma di retribuzione o rimborso spese.

Quest’ultimo dato non è di poco conto, se pensiamo che anche gli stage – per quanto su carta dovrebbero garantire il minimo sindacale, in misura variabile su base regionale – spesso e volentieri si svolgono a titolo gratuito. Pertanto, si può dire che Lorenzo non sia morto sul lavoro. Il lavoro va retribuito proporzionalmente alla qualità e alla quantità della mansione svolta; deve essere adempiuto in sicurezza, nel rispetto della dignità della persona e dei diritti umani; e, possibilmente, dovrebbe permettere di tornare a casa.

Lorenzo non è tornato.

Lorenzo non è morto sul lavoro.

Lorenzo ha perso la vita, mentre svolgeva un progetto pratico-formativo previsto nel suo programma di studi.

Ogni narrazione romanticizzata della buona volontà di costruirsi un futuro, spianarsi la strada e capire le alternative possibili, ora come ora non serve.

Le morti bianche

Stando agli ultimi dati INAIL, nel 2021 sono morti 1.404 lavoratori per infortuni sul lavoro, di questi 695 sui luoghi di attività, mentre i rimanenti in itinere, quindi nel tragitto dal o verso il luogo di lavoro. Rispetto al 2020 si registra un incremento del 18%: un dato spaventoso, se pensiamo che in quest’ultimo molte attività erano bloccate a causa dell’emergenza pandemica. Un dato che quasi suggerisce di pensare che, se non si muore, è solo perché non si lavora e, in un momento storico come questo, alcuni avrebbero anche difficoltà a scegliere cosa sia peggio.

A questi numeri – anzi, scriviamo e parliamo come si deve – a queste persone vanno aggiunte tutte quelle che non rientrano nella categoria di coloro che “in modo permanente o avventizio prestano alle dipendenze e sotto la direzione altrui opera manuale retribuita” e che, di conseguenza, non sono stimati dall’INAIL, così come non lo sono i lavoratori a nero, una platea di economia sommersa che viaggia nascosta nell’oscurità.

Abbiamo davvero ancora il coraggio di parlare di tragica fatalità? Per usare le parole del Prof. Saudino (sul web conosciuto come Barbasophia): <<dire che c’è il fato vuol dire giustificare il presente, vuol dire giustificare la realtà e invece la realtà va cambiata. La realtà va trasformata e va trasformata in un’ottica di giustizia, di diritti. Il lavoratore è umiliato. Lo studente lavoratore è umiliato.>>

E aggiungerei che, a seguito di eventi del genere, lo siamo tutti. Abbiamo perso.

Prat. Avv. iscritta presso il Foro di Napoli Nord, con esperienza maturata in ambito penalistico.
Autrice del podcast "Basta che sia penale" e membro della Redazione de Il Controverso.
Scrive di politica, di diritti e di cultura, perché il cinema e la letteratura arrivano lì dove nient'altro riesce.

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