Il paradosso dell’equivalenza in psicoterapia

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“Guardate dal finestrino dell’altro. Cercate di vedere il mondo come lo vede il vostro paziente.”

Irvin D. Yalom

Un dilemma che spesso insorge con la decisione di intraprendere un percorso psicoterapeutico è quello legato alla scelta del modello di intervento più adatto alle proprie esigenze o, per i meno esperti, quello che idealmente potrebbe essere più efficace, anche solo secondo le proprie aspettative.

Per psicoterapia si intende “l’applicazione consapevole e intenzionale della metodologia derivata dallo studio dei casi clinici e dalla psicologia evidence-based e delle posizioni interpersonali derivate da principi psicologici consolidati nella ricerca, al fine di aiutare le persone a modificare comportamenti, pensieri, ed altre caratteristiche della personalità” (Lingiardi e Gazzillo 2014).

In Italia, ad oggi, con DM dell’11 dicembre del 1998, n. 509, ci sono più di 200 scuole di psicoterapia attive sul territorio. Tra le principali abbiamo la psicoterapia psicodinamica, nata dai lavori Freudiani, quella cognitivo-comportamentale, passando per la psicoterapia interpersonale e  sistemico-relazionale fino a quelle di gruppo.

Eppure, quando parliamo di efficacia del trattamento, le ricerche degli anni 70’ e 80’ hanno in parte sancito l’efficacia di tutte le terapie, indipendentemente dal modello teorico di riferimento.

Già nel 1936 lo psicologo americano Rosenzweig aveva affrontato questo annoso tema, facendo riferimento al celebre “Verdetto del Dodo”, un uccello oramai estinto, protagonista di Alice nel Paese delle Meraviglie. Il Dodo di Alice, interrogato su chi fosse arrivato primo tra i partecipanti ad una corsa che sostenevano tutti di aver vinto, rispose in modo oracolare – “Tutti hanno vinto e tutti devono ricevere il premio” [1] (Orbecchi, p. 122).  

Allo stato attuale dell’arte siamo giunti ad affermare che, in media, i vari modelli di intervento funzionano, e che proprio alcuni fattori comuni alle diverse tipologie di intervento sarebbero alla base del successo della terapia. Oltre ai fattori contestuali esterni al setting terapeutico, come le contingenze legate alla vita, le variazioni nell’efficacia della terapia sembrano perlopiù connesse al contesto relazionale entro il quale terapeuta e paziente sono immersi.

Per essere più chiari, un fattore comune di efficacia può essere ascritto alla qualità della relazione terapeutica, dove, per relazione, intendiamo l’alleanza che si genera tra i due attori del setting, in una sinergia tra legame, compiti ed obiettivi della terapia stessa[2].

Lungi dal descrivere tutte le dimensioni attraverso le quali si declina e si manifesta la relazione terapeutica, tre dimensioni individuate dalla psicologia non direttiva-umanistica degli anni 50’ sembrano fondamentali nel processo di cambiamento e trasformazione del paziente:

  1. Innanzitutto, la congruenza delle emozioni e delle disposizioni del terapeuta, ovvero la trasparenza e l’autenticità con cui vive e/o esprime gli stati d’animo nella dialettica con il paziente;
  2. L’accettazione positiva incondizionata, che presuppone l’accettazione dell’esperienza portata dal paziente, scevra da giudizi ed imposizioni. Piuttosto il terapeuta si pone in una posizione aperta al dialogo;
  3. La comprensione empatica di sentimenti ed emozioni del paziente, ovvero la capacità del terapeuta di comprendere e rivivere il mondo interno del paziente, mantenendo un equilibrio tra distacco e partecipazione, volto a favorire il processo di individuazione e autonomia del paziente stesso.[3]

Anche alla luce delle nuove scoperte neuro-scientifiche, è evidente che l’interpretazione psicoanalitica, che ha come fine quello di riportare alla coscienza un certo dato del mondo interno del paziente, perde il suo carattere eminentemente terapeutico.

Memoria emotiva ed episodica (legata a specifici avvenimenti della vita) hanno tempi di sviluppo differenti: i circuiti neurali della prima sono già presenti alla nascita, mentre quelli della seconda si strutturerebbero solamente dopo i due anni di età, per cui la maggior parte degli eventi che determinano la personalità nella prima infanzia non possono essere ricordati e, per questo, non potranno essere soggetti ad interpretazione.  

A sostegno della centralità della relazione umana vi è la scoperta dei neuroni specchio (ibid), la cui caratteristica è la loro attivazione sia quando un soggetto compie un’azione intenzionale, sia quando lo stesso soggetto osserva o immagina un’altra persona compiere la stessa azione, a conferma della natura relazionale ed intersoggettiva dell’uomo

Alla luce di queste evidenze, possiamo affermare che l’empatia e la trasparenza del terapeuta rappresentano il filtro attraverso il quale la ristrutturazione del Sé, degli schemi comportamentali e più in generale del mondo interiore del paziente, attraverso la relazione intersoggettiva, possono ritenersi riparativi.

In terapia non “esiste” condivisione e confronto su schemi di pensiero, relazioni reali o fantasmatiche, emozioni e sogni, prescindendo dall’autenticità. Con questo non intendiamo negare l’importanza della creazione di senso per il paziente; al contrario, intendiamo affermare che il racconto del perché ha un suo potere trasformativo nella misura in cui l’alleanza e la relazione risulteranno autentiche. 

Nel 2012 L’American Psychological Association, alla luce delle numerose evidenze empiriche condotte negli ultimi cinquanta anni, ha deciso di pubblicare un documento ufficiale per ribadire l’efficacia della psicoterapia oltre ogni ragionevole dubbio. Oggi è oramai chiaro quanto i benefici della psicoterapia tendano ad essere molto più stabili nel tempo.

Gli interventi psicoterapeutici in abbinamento alle terapie farmacologiche dimostrano di essere molto più efficaci nel prevenire ricadute legate alla “sindrome astinenziale” post-sospensione di farmaci per i disturbi d’ansia e a carattere depressivo [4]. Oggi più che mai è evidente che il percorso terapeutico favorisce la presa di consapevolezza, ma soprattutto l’interiorizzazione di modelli e strategie che rendono meno frequenti le ricadute. Ma c’è di più: in molti casi i pazienti continuano a migliorare dopo la conclusione della terapia anche grazie all’instaurarsi di un continuo dialogo interiore consolidato dalla terapia stessa (ibid).

Se è indubbio che la qualità della dimensione relazionale resta un criterio di successo della terapia e se è indubbio che la psicoterapia abbia una sua efficacia conclamata, non resta che domandarci perché non sia stato ritenuto opportuno inserire nella Legge di bilancio 2022 un Bonus Per la Salute Mentale.

Certo è che in Italia stenta ancora a diffondersi una cultura del benessere complessivo della persona. Forse occorre riflettere sul peso e la responsabilità di certe scelte politiche. I tempi sono maturi, e i dati sostengono che gli effetti della psicoterapia, in diverse fasce di età, e per molti disturbi, superano quelli prodotti dalla sola terapia farmacologica; migliora il rapporto costi/benefici, il funzionamento lavorativo della persona, riducendo le spese mediche complessive a carico del SSN (ibid).


Riferimenti

[1] M. Orbecchi, 2015. Biologia dell’anima: Teoria dell’evoluzione e psicoterapia. Bollati Boringhieri, Torino.

[2]  V. Lingiardi, F.Gazzillo, 2014. La personalità e i suoi disturbi: valutazione clinica e diagnosi al servizio del trattamento. Raffaele Cortina Editore, Milano.

[3] A. Di Fabio, Counseling. Dalla teoria all’applicazione. Giunti, Firenze.

[4] A. Fava, 2016. Psicoterapia breve per il benessere psicologico. Raffaele Cortina Editore, Milano.

Dottore in Psicologia del Lavoro, con la passione per gli studi umanistici e la criminalità organizzata.
Il ControVerso fonde questi aspetti e mi permette di raccontarveli. Proprio qui troverete qualche contributo personale e la mia rubrica #SpuntidiPsicologia.

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