La tomba degli imperi: la caduta dell’Afghanistan americano

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Quando si parla di Afghanistan si può avere uno sguardo tanto storico che geopolitico. Sotto il profilo storico l’Afghanistan, precedentemente noto come Battria, è noto per essere definito, laconicamente, la tomba degli imperi1, un modo per descrivere questo paese e quest’area che, nella sua millenaria storia, è sempre stato il muro contro cui si sono infranti i sogni imperialistici di qualsiasi paese confinante. È un paese indomito, abitato da persone abituate ad uno stato continuo di guerra ed alle continue invasioni, che è stato conquistato sempre e soltanto per brevi periodi e mai in maniera totale.

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Questo ci porta ad esaminare il paese dove, con la partecipazione anche dell’Italia, c’è stata una delle più lunghe missioni militari dell’era moderna. Infatti, questo conflitto è iniziato con l’invasione dell’Afghanistan nel 2001 che portò alla caduta del regime dei talebani ed all’occupazione, mai veramente completata, del paese. Questa missione militare è stata la punta di diamante dell’operazione internazionale chiamata Enduring Freedom che ha designato una serie di operazioni guidate dagli Stati Uniti in tutto il mondo, tra cui le Filippine ed il Corno d’Africa. Si può dire che l’operazione sia stata uno dei momenti di massima estensione della proiezione della potenza americana che, negli anni 2001 – 2005, ha visto espandersi notevolmente il suo raggio d’azione in conseguenza degli attentati dell’ 11 Settembre 2001 contro New York ed altre località sul suolo degli Stati Uniti.

Le conseguenze degli attentati contro l’America sono, ancora oggi, sotto gli occhi di tutti e non è sbagliato dire che il mondo intero è cambiato in conseguenza di quello che è stato uno degli attacchi terroristici più gravi della storia. Da quegli eventi si è generata una sequenza di eventi che hanno portato la NATO ad una serie di interventi in tutto il globo che hanno ridefinito la geografia geopolitica dell’intero pianeta.

Dopo Enduring Freedom, il controllo delle operazioni in Afghanistan è passato sotto il controllo della missione ISAF della NATO, nel 2006, in un clima di guerra di bassa intensità che ha logorato le preponderanti forze messe in campo dalla Coalizione e che ha rappresentato, fino a poco tempo fa, l’unico appoggio al traballante governo della Repubblica Islamica. Le forze messe in campo da tutti i paesi della Coalizione sono impressionanti: gli Stati Uniti hanno schierato, in questi vent’anni, fino a 100.000 uomini contemporaneamente e, aggiungendo le truppe degli altri paesi, si è arrivati ad avere in campo fino a 130.000 uomini e donne in armi sul territorio2.

Eppure, nonostante l’imponente schieramento di uomini, gli obiettivi strategici di lungo termine non sono mai stati raggiunti in quanto il governo sostenuto dagli Stati Uniti non è mai riuscito ad ottenere il controllo totale del paese. Anzi, i talebani hanno sempre mantenuto il controllo di una porzione di territorio che non è mai stata inferiore al 20% del totale, combattendo una guerra con gli stessi mezzi con cui l’hanno combattuta i loro padri: attraverso una sanguinosa guerriglia ed un’operazione di lento logoramento delle soverchianti forze internazionali.

Adesso, con il ritiro delle truppe USA e della Coalizione, sembra che lo scenario stia rapidamente precipitando: senza più il sostegno delle forze estere, le truppe del governo di Kabul hanno incominciato a perdere rapidamente terreno di fronte all’avanzata delle forze talebane e si sta profilando, realisticamente, il ritorno dei talebani al potere.

Come si può vedere in questa mappa postata dal Long War Journal, il territorio afghano è, ormai, in gran parte saldamente in mano talebana. È di giovedì 12 Agosto, infatti, la notizia della caduta di Herat, la vecchia sede della missione italiana, mentre poche ore prima era caduta Ghazni, città collegata direttamente con la capitale Kabul. Ormai è chiaro che si prospetta una rapida caduta del governo filoamericano ed una sanguinosa battaglia tra le strade della capitale, concludendo, anche questa volta, il tentativo di invasione del paese da parte di forze estere in un disastro militare e strategico.

A questo ci si può chiedere se sono stati raggiunti alcuni degli obiettivi prefissati all’inizio di questa guerra nel 2001, la risposta, in via generale, è un secco “no”:

  • Si è riusciti a creare un governo democratico forte con un controllo del territorio? No.
  • Si è riusciti a stabilizzare l’area contro i vari movimenti estremisti? No.
  • Si è migliorata la vita degli abitanti esportando la democrazia? No.
  • Si sono salvate delle vite? Forse, dipende a chi lo si chiede, di sicuro non alle quasi 50,000 vittime civili.

Vent’anni di guerra ininterrotta ed una spesa immane di vite umane e di denaro senza ottenere nulla in cambio, l’unico successo degno di nota è stata l‘uccisione di Osama bin Laden, almeno la vendetta degli Stati Uniti si è compiuta e non importa quante vite si sono perse nel frattempo, si è riusciti a dare soddisfazione al mai sopito desiderio di rivalsa contro gli attentati dell’11 Settembre. E, nel frattempo, da quell’invasione si sono scatenate una serie di reazioni a catena che hanno portato alla Guerra d’Iraq nel 2003 e l’Operazione in Libia nel 2011, destabilizzando tutto il mondo arabo che, nel frattempo, ha vissuto la Primavera (poi diventata Autunno) Araba.

In questo scenario il contributo italiano non è stato di secondo piano. Infatti, all’Italia è stato affidato il controllo della terza città del Paese, Herat, e della sua regione ed il contingente italiano è arrivato a contare oltre 4.000 militari, senza contare tutto il personale di supporto alla missione. Questa lunga “missione di pace” è costata all’Italia, sotto il profilo umano, 53 morti e 723 feriti3ed oltre 8 miliardi di euro4. Qualcuno potrebbe, giustamente, dire che, visti i risultati, la spesa umana ed economica sia stata buttata via, ma possiamo, quantomeno, tirare un sospiro di sollievo nell’aver evitato ulteriori perdite ed ulteriori costi in quella che, ormai, possiamo definire una disastrosa avventura americana.

Noi italiani, che ora pensiamo ai nostri recenti successi in campo sportivo, ce ne andiamo dall’Afghanistan, come anche gli USA, nello stesso modo in cui ha fatto l’Unione Sovietica nel 1989: in tutta fretta e strisciando.

Dopo questa rapida ritirata della Coalizione a guida USA, lo scenario geopolitico dell’area si sta rapidamente modificando. Senza più l’appoggio della Coalizione, il governo di Kabul è destinato, come detto, rapidamente a cadere, e sono già molti gli Stati che, in maniera più o meno nascosta, stanno corteggiando i probabili prossimi padroni dell’Afghanistan. Infatti, la Turchia ha già cominciato i primi “colloqui informali” con i talebani mentre la presenza turca nel Paese resta. Infatti sia gli USA che la Turchia vanno avanti verso la Conferenza di Pace che dovrebbe determinare i futuri assetti nell’area, anche se questa è stata più volte rimandata dagli stessi talebani che, nello scenario afghano, sono ormai lanciati verso la vittoria totale e, presumibilmente, non hanno il desiderio di scendere a patti con il governo di Kabul ed i suoi alleati. Non è un caso, poi, che tutte le ambasciate occidentali stiano venendo evacuate in fretta e furia, proprio nel timore di una vendetta dei talebani contro gli invasori.

Bisogna, comunque, ricordare che l’interesse nell’Afghanistan non è solo delle potenze occidentali. Il paese si trova al centro delle trame geopolitiche di tutto il mondo proprio per la sua posizione strategica di passaggio tra svariate rotte commerciali, con gli interessi di colossi quali Cina, India, Pakistan e Russia che si incrociano in questo territorio.

Quindi l’Afghanistan ha rappresentato, per gli Stati Uniti e la Coalizione, una vera tomba di imperi, com’è sempre stato nella storia delle invasioni di questo paese ed ora, con l’inarrestabile avanzata delle forze talebane, non resta che da chiedersi quali saranno gli equilibri nell’area mentre si può osservare, in una prospettiva generale, la graduale perdita di posizioni degli Stati Uniti in Oriente nello stesso momento in cui gli stessi cercano di rafforzare le proprie posizioni più stabili. L’Afghanistan, infatti, rappresentava un tassello importante della strategia di isolamento di Russia ed Iran messa in atto dagli Stati Uniti in questi anni e la sua perdita non può che sconvolgere gli equilibri che si sono retti, a stento, per quasi vent’anni.

Gli Stati Uniti hanno scelto, come data simbolica del loro ritiro, l’11 Settembre 2021 e così, dopo vent’anni, finisce la missione statunitense nel paese mentre ancora non è chiaro se resteranno, similmente a quanto successo in Iraq, gli oltre 20,000 contractors5 (leggasi mercenari) che sono ancora presenti sul territorio come supporto alle truppe afghane.

Nel frattempo, in Afghanistan, la guerra continua, ininterrotta, da ben più di vent’anni, dopo aver mietuto innumerevoli vittime tra la popolazione.

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Note

  1. Questa definizione appare anche nel titolo del libro La tomba degli imperi dello storico Gastone Breccia del 2013 che analizza il conflitto afghano tracciandone un’analisi storica e militare.
  2. Report NATO del 2012, quando le forze presenti, senza contare i “contractors” erano al loro massimo numero nell’anno 2012 (link), da ricordare che il contingente italiano è stato, a fasi alterne, il terzo o il quarto più grande tra quelli della Coalizione.
  3. Dati del Ministero della Difesa.
  4. Dati dell’Osservatorio sulle spese militari italiane, qui il report di Aprile 2021.
  5. Report del Congresso aggiornato al 22 Febbraio 2021.

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