Cara donna, io ti rimprovero.

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Cara donna,

Questa lettera la scrivo a te per rimproverarti.

In un giorno in cui tutti si fregiano e si affannano a mettere in fila parole commoventi ed accorate, intonando un coro che ha le sembianze di una squallida farsa, io voglio rimproverarti per ciò che sei e per ciò che tutti loro non diranno.

Sai, hanno l’abitudine di crogiolarsi in un irrisorio monito a non farti del male, a non sfiorarti neanche con un dito; qualcuno, addirittura, vuole lasciar tutti sgomenti e, a gran voce, ringhia che devi essere libera; qualcun altro, invece, millanta il paragone più vecchio ed infelice di tutti i tempi: tu sei come un fiore. E tu devi esserne contenta.

Quel qualcuno non sa – o fa finta di non sapere – che i fiori son solo belli, non fanno rumore, giacciono immobili nel loro angolo, non disturbano nessuno. I fiori sono mansueti, basta accarezzarli, annusarli, ed una volta smarrito il loro splendore, si gettano via, non curandosi più di nulla.

Cara donna, la verità è che ti hanno insegnato a comportarti proprio come un fiore: a tacere, preoccupandoti solo della tua magnifica immagine, a star ferma e zitta in un solo posto, a calar la testa quando diventi scomoda; peccato che quando un fiore china il capo, significa che è morto.

Ma sei ancora più scomoda quando sei troppo bella, ed hai talmente tanto coraggio che non te ne vergogni; si direbbe che quasi ne vai fiera. Non ti accorgi del peccato capitale che commetti quando cammini per la strada e attiri il fior fiore degli sguardi maschili su di te? Non ti rendi conto del fatto che se indossi un abito “succinto”, sarai solo tu la colpevole di commenti indiscreti sul tuo corpo, di toccatine casuali, di occhi bramosi puntati sempre e solo su di te?

E lo sai perché? Perché tu solo un corpo sei, e nemmeno il lusso di abbigliarlo come più ti pare puoi concederti. Non sia mai che rischi di distrarre qualche maschietto che non è dotato della capacità di autocontrollo, se, durante una lezione di educazione fisica, hai indosso un top.

Non te ne voglia nessuno se di notte hai l’insolente sfrontatezza di passeggiare da sola, persino con una minigonna. Devi aspettarti che qualcuno ti punisca, non devi sfidare la sorte. Si sa che l’uomo è un animale e, come tale, non sa sopire i suoi bollenti spiriti. E tu non fai altro che offrirti come succulenta preda. Vedi quanta colpa hai?

E non lamentarti di una cultura ancorata a ridicole idee patriarcali: ci sei cresciuta dentro, hai respirato la sua essenza, te ne vuoi liberare proprio adesso?

Non recriminare nemmeno il fatto che ad un colloquio di lavoro ti pongano sempre la stessa fatidica domanda: “vuole un figlio in futuro?”. È principio noto che le intenzioni personali debbano essere spiattellate in pubblica piazza ché, altrimenti, chi la mantiene una donna incinta – o forse si dovrebbe dire “inabile al lavoro”?

Perché è notorio anche questo: la donna è industria di ormoni, cambia umore come una girandola impazzita, piagnucola, frigna e no, non sto parlando solo della gravidanza. Parlo di quei famosi cinque giorni al mese in cui tutti le danno dell’isterica, se accusa dolore – cosa vuoi che sia un banalissimo mal di pancia?

Cara donna, capirai anche tu che un essere simile non può mica avanzare la pretesa di esser rispettata sul luogo di lavoro, figurati di guadagnare quanto i suoi colleghi uomini. Il confronto è impari, non v’è simmetria nella capacità produttiva; loro mica perdono tempo a generare vite.

Ché poi anche quando tu stessa decidi di non mettere al mondo altri esseri, magari riaffermando un diritto che ti è stato riconosciuto nel 1978 – ben 43 anni fa – con una legge che finalmente ha depennato l’aborto dalla categoria dei reati, eh beh… puoi mai non dar retta ad un presentatore di una trasmissione che diffonde solo cultura – sì, della donna oggetto – che, pavoneggiandosi a mo’ di papa del sacro impero di Mediaset, dichiara che tutti “siamo” contrari all’aborto?

Non si può contraddire, lo sai bene.

E non dimentichiamo che quando ti succede qualcosa, se ti schiaffeggiano o se finiscono persino per ucciderti, tutti – ma proprio tutti – sono ammaliati da una pornografica descrizione del dolore, sviscerando i più intimi dettagli e di tanto in tanto, giusto per rimanere coerenti, affibbiandoti anche la colpa.

Io li invidio, sai? Si trincerano dietro il termine “emergenza”, probabilmente ignorando che questa parola viene utilizzata per narrare di fatti eccezionali, “emergenziali”, appunto. Invece non è così, perché sono state uccise ben 103 donne come te solo durante quest’anno e, per quanto spietato sia, quell’emergenza si è trasformata in un’inveterata consuetudine. E se quelle come te provano a farsi forza da sole, a denunciare ciò di cui sono vittime, rarissimamente vengono ascoltate. Conviene molto di più arroccarsi nella torre d’avorio del silenzio.

Quanta fatica costerebbe affrontare seriamente questa seccatura.

E poi quelli che ti fanno del male sono mostri – non uomini, proprio mostri, o almeno così li chiamano. In quanto tali, corrispondono ad un canone di eccezionalità anch’essi: sono pochi i casi di violenza, si sa, e gli stessi mostri che la perpetrano sono anomali, inusuali, singolari nel loro genere, non li incontri mica in giro.

Infatti. Spesso vivono con te. 

Cara donna, potrei continuare ad infinitum, ma sono troppo impegnata a scegliere cosa indossare per non dare troppo nell’occhio, a non alzare la voce a lavoro, a non farmi venire strane idee qualora qualcuno dovesse rivolgersi male a me, a non far figli, ma nemmeno ad abortire, a star chiusa in casa ad obbedire.

Tu che puoi, però, urla, sii indomabile, dà fastidio, vestiti come ti pare, sii strega, non chinare mai il capo, pretendi di esser pagata quanto un tuo collega maschio, abortisci, fa quanti figli vuoi, abbi il diritto di avere mal di pancia, fa quanto più rumore possibile, chiama le cose con il proprio nome, anzi. Ribellati sempre, disobbedisci, anche per il sol gusto di esser spettatrice della reazione indignata di chi vorrebbe solo sottometterti.

Almeno avranno tutti un buon motivo per definirti isterica.

Clara Letizia Riccio

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