Il migliore dei mondi possibili

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Siamo circondati da menti a cui tutto appare chiaro. Menti adulte, giovani e infantili. Non è solo la guerra che è già stata capita, ma ogni singolo tassello del mondo appare in ordine. Una certa stasi ci circonda, ascoltiamo menti rigide e sicure di una sola verità: che al mondo ci sia il bene contro il male. Ogni complessità è tacciata di menzogna nella società del bene, che è quella in cui sediamo. In un meccanico automatismo ogni sfumatura, asimmetria, ambiguità e interrogativo immediatamente perdono di senso, perché il pensiero dicotomico divide in due menti e realtà. In questi schemi duri e permanenti ogni evento e ogni persona ci rientra, e tutto il mondo ne è investito, perché la dicotomia occidentale non conosce confini ma ne traccia alcuni molto netti. In questa imprescindibile divisione tra bene e male, l’occidente racconta se stesso come il migliore dei mondi possibili e ci sussurra che ogni passo al di fuori dei suoi confini artificiali e costruiti per proteggerci è un viaggio tra i barbari. Le nostre orecchie sono piene di racconti su tutti gli altri mondi, che teniamo ben lontani. Racconti dicotomici, s’intende. Ogni storia o scelta oltreconfine che ci differenzia è selezionata e poi immediatamente catalogata come testimonianza di vergogna o inciviltà. 

Ci sarebbe da chiedersi se sia possibile dividere il mondo tra buoni e cattivi, amici e nemici, bianchi e neri. Ci sarebbe da chiedersi se questi confini non segnino i confini del pensiero. Nel migliore dei mondi possibili parole e pensieri sono liberi, ma ciò che li ha formati non ammette distorsioni: possiamo pur parlare, ma non avremo mai molto da dire in una società che ci ha convinti che qui stiamo tutti bene. Ed è questo quindi il filtro attraverso cui leggiamo ogni avvenimento, che sia storico o sociale. Rinchiusi in questa gabbia di convinzioni su noi stessi, guardiamo a tutto il resto, certi che sia una deformazione dell’unica verità possibile. È così che tutto ciò che accade al di fuori dei nostri confini immaginari perde di valore perché se il mondo si sostanzia in due sole categorie estreme e contrapposte, tutto il resto è alterità. Così il mondo, diviso da e per categorie, perde senso nell’unico punto in cui potrebbe riacquistarlo: lontano dagli estremi. 

Arriviamo quindi ad oggi in cui si parla vittime, carnefici e protettori della pace. Ogni ruolo appare chiaro, a distruzione di ogni possibile complessità e ragionamento. Se su vittime e carnefici nella storia è ammesso un cambiamento, c’è una sola immutabile verità in questo lato del mondo: noi siamo i difensori di ogni cosa. E non importa se non è vero. Non importa se abbiamo ucciso, mentito, invaso, stuprato o torturato, perché ci addormenteremo sempre col racconto che ci dice che siamo il migliore dei mondi possibili.  Così ogni guerra oltreconfine diventa troppo lontana per essere pianta, ogni uomo colpito lontano dalla nostra giurisdizione immaginaria non è un uomo vero, o un vero morto. È così che si arriva a parlare di guerre vere e guerre finte, due categorie, su ogni prima pagina.

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