Famiglie omogenitoriali: quando il riconoscimento della genitorialità è affidato al caso

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Che una frazione non troppo marginale della politica italiana sia di stampo conservatore non è certo cosa nuova. Non è certo cosa nuova la tenacia con cui le tradizioni e le convinzioni di un passato inadattabile vengono spinte come soluzioni di massima efficacia per un futuro che tarda quindi a presentare le sue novità. Non è certo cosa nuova l’immobilismo nazionale. Non è certo cosa nuova il cratere di diseguaglianze da cui fatichiamo a risalire. Non sono cosa nuova, ma certo troppo poco fotografate, le conseguenze manifeste di un conservatorismo prepotente che troppo spesso paralizza il progresso politico, sociale, umano di un Paese che si ritrova, quindi, sempre di più, ad espandere e riproporre le sue disuguaglianze in funzione del suo immobilismo.

E se da un lato c’è un conservatorismo che lotta per imporsi, dall’altro lato esiste un conservatorismo di resistenza, un conservatorismo di passiva ostilità che si riversa nella mancata azione legislativa. In un’Italia politica che non manca mai di enunciare il valore della famiglia, il riconoscimento dei figli, non solo biologici, è certo un atto naturale ed immediato, privo di ogni difficoltà, perfino burocratica.

Eppure, lo stesso diritto di riconoscimento non è per tutti: alcune famiglie restano escluse. Per le famiglie omogenitoriali questo diritto non è previsto, né negato, ma semplicemente ignorato e affidato al caso.

È al caso, e non alla legge, che è imputato il compito di decretare la legittima genitorialità di una persona, nonché la possibilità, per i bambini, di ottenere tutti quei diritti che dalla genitorialità derivano.

Il caso ha decretato che alcune famiglie sono più fortunate di altre, perché nella lotteria del riconoscimento, se oggi sei una famiglia omogenitoriale di Torino, Palermo, Bologna, Crema o Fiumicino, hai qualche possibilità che tuo figlio o tua figlia siano riconosciuti come tali: perché il gioco del caso, in assenza di leggi che lo amministrino, ha come prima variabile l’orientamento politico del territorio di appartenenza e la “bontà” del Sindaco che lo amministra. È quindi possibile, ma mai necessario, che il Sindaco di qualche territorio decida di apporre un’annotazione all’atto di nascita del bambino o della bambina nati e cresciuti in una coppia omogenitoriale, e riconoscere così una parentela che già ne aveva tutti gli aspetti.

Allo stesso gioco delle probabilità non sono ovviamente sottoposte le famiglie eterosessuali che possono, in qualunque momento, in qualunque luogo, in ogni caso, previo consenso di entrambi, riconoscere i bambini come figli, anche in caso di mancato legame genetico.

C’è poi un’altra variabile, ancora una volta di origine randomica, che osteggia un riconoscimento che apparrebbe così naturale. La scelta indipendente di ogni Sindaco che decida in favore di un riconoscimento può essere osteggiata dalla volontà politica della Procura che, impugnato l’atto di nascita, potrebbe decidere di annullarne la nuova annotazione e impedire, quindi, il riconoscimento appena concesso. Nulla lo impedisce, nulla lo mobilita. Solo ed esclusivamente il caso.

Inizia quindi qui una nuova partita per le famiglie omogenitoriali, quella in Tribunale – particolarmente ostica, vista l’assenza di leggi che disciplinino o tutelino il diritto al riconoscimento. Nonostante le più recenti tendenze dei Tribunali a favorire i diritti dei minori, anche qui, ad arbitrare è il caso. Che le famiglie omogenitoriali si rivolgano al Tribunale come prima soluzione o che decidano di rischiare la fortuna e si vedano quindi rifiutati da un Sindaco o da una Procura, la soluzione offerta da un Tribunale italiano nella maggior parte dei casi non sarà il riconoscimento della genitorialità quanto, piuttosto, la concessione della cosiddetta stepchild adoption. L’ottenimento dell’adozione potrebbe apparire una vittoria, ma non lo è.

Accanto all’aspetto umanamente disarmante di adottare il proprio figlio, vi sono anche implicazioni concrete che derivano dall’applicazione di tale istituto in vece del riconoscimento della genitorialità. L’estensione della parentela, ad esempio, non è prevista: ciò significa che la famiglia di chi si ritrova ad essere adottatore anziché genitore, non vedrà il riconoscimento del legame di parentela con il bambino o la bambina, con tutto ciò che ne deriva in termini pratici.

Se quindi il territorio di appartenenza della famiglia omogenitoriale ha un valore così importante nelle roulette del riconoscimento, non sorprende che appena questa variabile cambia, in senso prettamente geografico, il riconoscimento dei propri figli non appaia più come un miraggio ma come sintomo di civiltà. Un passo fuori dall’Italia consente alle famiglie omogenitoriali di ottenere un diritto rincorso con fatica sul territorio nazionale. In caso di nascita del figlio all’estero attraverso un percorso di Procreazione Medica Assistita (PMA), infatti, il figlio potrà essere facilmente riconosciuto da entrambi i genitori. Anche in caso di Gestazione Per Altri (GPA) – percorso sempre più spesso eseguito in America grazie alle sue regolamentazioni – il figlio vedrà il riconoscimento automatico di entrambi i genitori alla nascita. Una linearità che chiaramente manca all’Italia e che, nonostante le indicazioni sempre più ricorrenti da parte della Corte di Cassazione e della Commissione Europea, la nostra politica nazionale ancora si rifiuta di adottare. Se dall’estero ci si affaccia di nuovo in Italia, infatti, perfino il riconoscimento già ottenuto viene a volte rifiutato. Di nuovo, la partita in Tribunale ricomincia.

In un ideale politico e collettivo in cui la tutela del minore dovrebbe assumere centralità assoluta, vi è invece una discriminazione di riflesso: una discriminazione che punta ad investire le coppie omogenitoriali e che finisce per colpire inevitabilmente i minori, privandoli dei diritti che spetterebbero loro. Per una famiglia omogenitoriale le conseguenze di un mancato riconoscimento di genitorialità sono tante: il congedo post gravidanza, ad esempio, non è concesso al genitore non biologico. Se suona quindi insufficiente e culturalmente avvilente un congedo di paternità di soli 10 giorni, appare quantomeno degradante la totale assenza di possibilità di congedo per il genitore non biologico di una famiglia omogenitoriale. Parimenti, diritti ampiamente riconosciuti alle famiglie eterosessuali, quali l’assegno di mantenimento, vengono completamente ignorati in caso di famiglie omogenitoriali che non riescono ad accedere al riconoscimento dei propri figli.

Conseguenze ancora più gravi vi sono in caso di ricovero o morte del genitore biologico in una famiglia omogenitoriale: il bambino o la bambina, in caso di mancato riconoscimento, non potrebbero infatti essere affidati in modo automatico al genitore non biologico ma sarebbe necessario avviare un iter giuridico per poter ottenere l’affidamento.

E se poteva quindi apparire naturale un’accelerazione politica sul tema nei recenti tempi di pandemia che conta tanti ricoveri e morti, la realtà è invece opposta. Il dibattito politico è immobile, così come la burocrazia, che in tempi pre-pandemici, seppur raramente, qualcosa concedeva alle famiglie omogenitoriali.

Intanto genitori e minori aspettano che una maggioranza politica decida di riconoscere i diritti di una minoranza vittima della più vile delle discriminazioni perpetuata attraverso un rumorosissimo silenzio legislativo. Un silenzio che si traduce in un vuoto normativo che forse, non a caso, lascia tutto al caso.

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