La vita di Stefano Cucchi vale 12 anni?

Tempo di lettura: 6 minuti

L’omicidio di Stefano Cucchi avvenne a Roma la notte del 22 ottobre, mentre il giovane era sottoposto a custodia cautelare presso la stazione dei Carabinieri di Roma. Ieri sera, il 4 aprile 2022 la Corte di Cassazione ha condannato a 12 anni di reclusione i carabinieri Alessio di Bernardo e Raffaele d’Alessandro per l’assassinio del giovane, con l’accusa di omicidio preterintenzionale. Ma la vita di Stefano Cucchi vale davvero soltanto 12 anni?

Possiamo mettere la parola fine su questa prima parte del processo sull’omicidio di Stefano. Possiamo dire che è stato ucciso di botte, che giustizia è stata fatta nei confronti di loro che ce l’hanno portato via.”

Queste sono state le parole della sorella, Ilaria Cucchi, che non ha mai smesso di lottare con la giustizia e contro la giustizia affinché la verità venisse alla luce, affinché i Carabinieri venissero arrestati e condannati per aver ammazzato di botte il fratello 31enne. Questa è una vicenda che riguarda non soltanto i Carabinieri che quella notte sono stati coinvolti, ma riguarda tutte le persone che in quei giorni sono stati protagonisti della vita penitenziaria di Stefano Cucchi e non hanno fatto nulla per intervenire, nonostante i suoi evidenti malanni fisici. Persone che avrebbero potuto fare qualcosa ma che hanno scelto di non fare niente. La storia di Stefano Cucchi è una catena di omissioni di cui la giustizia italiana non smetterà mai di pagarne le conseguenze. Si tratta di una catena così lunga di insabbiamenti e depistaggi istituzionali dei quali ancora non si è riusciti ad venirne a capo: dagli spostamenti di responsabilità dagli agenti di polizia verso i medici che hanno preso in cura Stefano; dall’analisi critica e sociologia che riguarda il corpo dei Carabinieri e il concetto di custodia cautelare e della tutela fisica e psicologica dei cittadini in mano alle forze dell’ordine, che segue di gran passo il concetto stesso di abuso della propria autorità e non rispetto della divisa.


«Se uno conduce una vita dissoluta, ne paga le conseguenze». Gianni Tonelli

Nel 2019, ad esempio, la Procura di Roma decise di chiudere le indagini rinviando a giudizio ben otto carabinieri che avrebbero contribuito a costruire quel “muro di gomma” contro cui la famiglia Cucchi e l’Italia tutta si è scontrata per ben 13 lunghi anni. “Un intero Paese è stato preso in giro per anni“, è così che sintetizza la vicenda il PM Giovanni Musarò, quando ha formalizzato la richiesta per gli imputati. Tra questi otto, ricordiamo e citiamo con efficacia il generale Alessandro Carrara – all’epoca capo del Gruppo di Roma al quale sono stati dati 7 anni; il colonello Lorenzo Sabatino, ex capo del nucleo operativo di Roma, al quale sono stati dati soltanto tre anni. Al resto degli uomini è stato soltanto richiesto il riconoscimento delle attenuanti generiche.

Il corpo di polizia, il corpo dei medici, gli agenti penitenziari, la Procura hanno continuato ad uccidere Stefano Cucchi tutti i giorni dal quel 15 ottobre fino ad oggi. Stefano che fu fermato dai carabinieri Francesco Tedesco, Gabriele Aristodemo, Raffaele D’Alessandro, Alessio Di Bernardo e Gaetano Bazzicalupo dopo essere stato visto dare delle confezioni trasparenti in cambio di una banconota. Venne immediatamente perquisito e trovato in possesso di 20 grammi di hashish, 3 confezioni impacchettate di cocaina e un medicinale per curare l’epilessia, malattia da cui Cucchi era affetto.

Durante la notte, però, mentre si trovava nella camera di sicurezza della caserma dei Carabinieri, il ragazzo accusò dei malori: fu chiamato il 118 ma Stefano rifiutò di farsi ricoverare. Il giorno dopo si tenne l’udienza di convalida dell’arresto, criticata da Luigi Manconi, direttore dell’Ufficio anti-discriminazioni razziali presso la Presidenza del Consiglio, poiché in tale sede «a Cucchi viene attribuita una nazionalità straniera e la condizione di “senza fissa dimora”, nonostante fosse regolarmente residente in città». Già durante il processo, aveva difficoltà a camminare e a parlare e mostrava evidenti ematomi agli occhi; il ragazzo parlò con suo padre pochi attimi prima dell’udienza, ma non riferì di essere stato picchiato. Luigi Manconi, che tra l’altro ci ricorderà in seguito «in quella sede, oltre che su certa stampa, venne messo in atto il dispositivo della “doppia morte”. Un parlamentare definì Stefano con questi termini: epilettico, tossico, anoressico e sieropositivo».

Nonostante le sue condizioni, il giudice fissò l’udienza per il processo e ordinò sino a tale data la custodia cautelare presso il carcere di Regina Coeli. Dopo l’udienza le condizioni di Cucchi peggiorarono ulteriormente. Il 16 ottobre, alle ore 23, fu condotto al pronto soccorso dell’ospedale Fatebenefratelli, presso il quale furono messe a referto lesioni ed ecchimosi alle gambe, al volto (con frattura della mandibola), all’addome con ematuria, e al torace (con frattura della terza vertebra lombare e del coccige). Gli venne consigliato il ricovero, ma Stefano lo rifiutò venendo quindi ricondotto in carcere. Nei giorni successivi Stefano Cucchi fu trasferito al reparto detenuti dell’ospedale Sandro Pertini, dove morì all’alba del 22 ottobre; al momento del decesso, pesava solamente 37 chilogrammi. Dopo la prima udienza, i familiari cercarono a più riprese di vedere, o perlomeno conoscere, le sue condizioni fisiche, ma senza successo: essi vennero a conoscenza della morte del figlio soltanto quando un ufficiale giudiziario si recò presso la loro abitazione per notificare l’autorizzazione del magistrato ad eseguire un’autopsia.

«Fa schifo. Difficile pensare che sia stato pestato» Matteo Salvini

Dopo lo morte di Stefano i tentativi da parte delle forze dell’ordine e dei medici di insabbiare gli avvenimenti sono stati veramente tanti: soltanto dieci anni dopo la Corte di Cassazione ha deciso di mettere fine – almeno in parte – alla sofferenza e alle atrocità che ha dovuto subire Stefano Cucchi dopo la sua morte. Ma dodici anni bastano, sono abbastanza? Per le pene che gli avete fatto passare, per le botte, le umiliazioni, l’omertà, la vergogna, la tragedia, lo schifo, l’indifferenza, il nonnismo, l’ipocrisia, il bigottismo, la fama di potere, l’abuso della divisa, la mancanza di rispetto, le menzogne, gli insabbiamenti, l’omicidio, soltanto dodici anni sono veramente troppo pochi.

«Le lesioni? La causa è la malnutrizione. Ha avuto una vita sfortunata» Carlo Giovanardi

Certo, Ilaria Cucchi si dice contenta, la famiglia può iniziare a tirare qualche respiro di sollievo, ma dove sono invece tutti gli altri? Tutti quelli che hanno nascosto le telefonate, tutti quelli che hanno cancellato documenti, che sono stati minacciati, tutti quelli che hanno accettato del denaro in cambio del silenzio? Dove sono tutti quelli che hanno fatto finta di non vedere i lividi rossastri di Stefano Cucchi? Tutti quelli che conoscono molto bene la storia delle scale e che hanno comunque scelto di non dire nulla? Poiché sì, a Stefano sono state offerte visite, ricoveri, i medici gli hanno chiesto più volte da dove provenissero tutti quei malanni, ma si aspettavano veramente che parlasse con i suoi aguzzini – dei suoi aguzzini – dopo essere stato massacrato di botte? Si pensa davvero che sarebbe stato così facile per lui denunciare gli indenunciabili? Stefano non era un ragazzo di chiesa, era uno spacciatore e meritava di essere condannato per i suoi reati. Ma in quanto essere umano non meritava di essere pestato, insultato, picchiato a sangue, deriso dalle istituzioni, nascosto alla propria famiglia soltanto perché dall’altra parte del banco, al tavolo degli imputati, c’era un corpo di polizia intero. I sostenitori della giustizia, il corpo dei difensori della patria che con arroganza e abuso hanno strappato la vita ad un giovane ragazzo che ad oggi avrebbe pagato per i suoi errori e avrebbe potuto ricominciare da zero, magari intraprendendo un cammino proprio insieme a quello Stato che avrebbe dovuto tutelarlo nonostante i suoi sbagli. Ma che cos’è uno Stato che invece inganna, fugge, omette e ferisce? Che cos’è uno Stato che diventa aguzzino invece di protettore? Che cos’è uno Stato che decide di eliminare il problema piuttosto che lavorarci per affrontarlo? Che cos’è, infine uno Stato, che si sostituisce a Dio?


«La cosa di cui sono certo è il comportamento corretto dei carabinieri». Ignazio La Russa

E’ uno Stato tiranno, è uno Stato che non esiste; uno Stato che sceglie di tutelare le persone in base al loro stato sociale, ai loro soldi, al loro lavoro, alla loro famiglia. Uno Stato che decide che i criminali debbano essere lasciati dall’ altra parte della staccionata, completamente abbandonati a loro stessi, senza diritti da affermare, ma soltanto colpe da estirpare. Perché Stefano Cucchi alla fine dei conti era soltanto uno spacciatore, era soltanto un’altra feccia della società e doveva essere cancellata. Perché i diritti dei detenuti, dei criminali in quanto tali, sono diritti silenti che non meritano di essere ascoltati e presi sul serio, perché la vita di un giovane ragazzo epilettico e tossico non eguaglia la vita di uno studente della Bocconi – tossico anche lui, ma in giacca e cravatta – e dunque che quest’ultimo venga picchiato oppure no, venga in Tribunale con il respiro affannato e gli occhi viola oppure no, che continui a dire ai medici che indossa un catetere per il bagno e non riesce più a mangiare perché è caduto dalle scale, non fa alcuna differenza.

Sulla mia pelle – 2018, Alessio Cremonini, Netflix.

«Te com’è che sei conciato così?»
«So cascato dalle scale
«Quando la smetteremo de raccontà sempre sta stronzata delle scale?»
«Quando le scale smetteranno da menacce.» 

Napoli, 24 anni, laureanda in Servizio Sociale. Teatro, musica, cinema, bud's e diritti umani.

Lascia un commento

È possibile lasciare commenti in forma anonima.

Il tuo indirizzo email non sarà pubblicato.

Inviando un commento si accetta la Privacy Policy del sito.

Questo sito usa Akismet per ridurre lo spam. Scopri come i tuoi dati vengono elaborati.