Le fiamme della rivolta in Ecuador

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Ecuador, Sud America. In questo paese incastonato tra Colombia e Perù si sono accese, da settimane, le proteste della popolazione contro le politiche neoliberali dell’attuale presidente Guillermo Lasso. La protesta, infatti, va avanti da parecchi giorni e si è diffusa a macchia d’olio in tutto il paese, con le forze dell’ordine che stentano a mantenere il controllo di quella che, da alcune fonti, viene ormai definita una vera e propria insurrezione e/o rivolta popolare1.

Si tratta di una protesta (o rivolta) che nasce dal basso, dai lavoratori del settore agricolo, in maggioranza di origine indigena o meticcia che, di fronte al rialzo dei prezzi provocato dall’inflazione galoppante, hanno visto il potere d’acquisto del loro già basso salario scendere sempre di più, fino a toccare i limiti estremi della sopravvivenza. Come si diceva, questa rivolta è partita dal basso e da lontano, dalle periferie del paese sudamericano e dai più umili, dato che i discendenti dei colonizzatori spagnoli vengono impiegati nella pubblica amministrazione con paghe ben più alte rispetto ai lavoratori del settore primario.

Dunque, le classi sociali più povere non riescono a reggere l’aumento del prezzo della benzina e del diesel voluto dal governo, nonostante gli accordi precedenti e il Paro del 2019. I più toccati sono i campesinos, i contadini, gli allevatori, e tutte le persone che se già prima faticavano ad arrivare alla fine del mese, ora hanno i conti sempre in rosso. Ma abbassare i prezzi di benzina e diesel non sono l’unico obiettivo di questo sciopero a tempo indefinito. La CONAIE, la più grande organizzazione per i diritti indigeni dell’Ecuador, ha indetto lo sciopero nazionale, chiedendo al governo risposte concrete e pubbliche ai 10 punti avanzati dall’organizzazione che sono: una riduzione e il congelamento dei prezzi dei carburanti (a 1,50 per il diesel e a 2,10 dollari al gallone di benzina – ossia 3,78 litri); il rifinanziamento dei debiti del settore agricolo per un anno; il controllo dei prezzi dei prodotti agricoli, come garanzia a contadini e allevatori; la non precarizzazione della giornata lavorativa; la revisione dei progetti estrattivi, con l’abrogazione dei decreti 95 e 151 che promuovono l’aumento dello sfruttamento petrolifero e minerario, e nello specifico impedire ogni forma di estrazione mineraria nei territori indigeni. In aggiunta la regolamentazione dei prezzi dei beni di prima necessità per evitare speculazioni; il rispetto dei diritti collettivi, come l’educazione bilingue e la giustizia indigena; la non privatizzazione dei settori strategici; un bilancio dignitoso per la sanità e l’istruzione; la creazione di politiche di sicurezza pubblica. Questi i punti sui quali l’organizzazione indigena ha avanzato richieste chiare ed articolate2.

In questi giorni, del resto, i partecipanti alla protesta hanno bloccato le principali vie di comunicazione paralizzando, al contempo, l’economia del paese. Prima di questi ultimi anni, l’economia aveva conosciuto un’importante crescita nel settore dei servizi ed in quello industriale.

E mentre le persone che protestano stanno cercando, come detto, di bloccare l’economia, il governo ha scelto la strada della repressione, nel silenzio di molte testate internazionali su quest’evento. Inoltre, con una recente legge, è stato legittimato l’uso della forza da parte dei reparti della polizia e dell’esercito, una norma che, in questo momento, si sta rivelando decisiva nel tentativo maldestro di contenere le proteste che sono arrivate alla capitale Quito.

Nel frattempo il presidente Lasso ha emanato una serie di decreti d’urgenza che hanno imposto in larghe aree del paese, mentre le stesse forze governative stanno progressivamente perdendo il controllo della protesta e del territorio. In questo momento le cifre delle persone coinvolte sono incerte, si parla di 106 arresti, 300 feriti e sei morti, il tutto abbinato alla scomparsa di numerose persone nel caos della protesta.

Venerdì 24 giugno il presidente Lasso ha fatto un discorso in cui ha lanciato minacce agli indigeni, ordinando loro di rientrare a casa se “volevano restare al sicuro”. Lo stesso leader del CONAIE (Confederazione delle Nazionalità Indigene dell’Ecuador), Leonidas Iza, è stato arrestato con l’accusa di aver provocato il blocco dei servizi pubblici del paese per poi essere rilasciato con misure alternative alla detenzione preventiva.

Il Presidente Lasso, invece, è riuscito a salvarsi da un impeachment da parte dell’Assemblea Nazionale che ha provato, con una mozione dell’opposizione, a destituirlo, ma, per il momento, riesce a restare in carica pur non godendo di ampio consenso. Va ricordato che Lasso, impresario ed ex-banchiere, è tra i maggiori azionisti del banco di Guayaquil, già responsabile della dollarizzazione dell’Ecuador; inoltre accusato di frode nei Pandora Papers.

Il governo, nei giorni precedenti il 30 giugno, ha accettato la mediazione della Conferenza Episcopale Ecuadoregna, proprio mentre il Papa si adoperava per cercare di riportare la calma. In questa mediazione le parti sociali hanno chiesto una maggiore spesa pubblica nell’ambito di sanità ed istruzione, un taglio al prezzo dei carburanti, degli aumenti salariali e la garanzia di un calmiere ai prezzi in aumento vertiginoso e tutto questo mentre il governo stesso ha dichiarato che la produzione di petrolio si è quasi completamente arrestata per via del blocco delle trivelle e per il fatto che i manifestanti hanno occupato un’importante centrale elettrica.

Nel frattempo il Comitato ONU per i diritti dell’infanzia ha emanato un comunicato3 stampa in cui, dopo essersi detta preoccupata per gli eventi in corso nel paese, ha segnalato l’eccessiva reazione da parte delle forze dell’ordine ecuadoregne, specie contro i minori, così come l’uso di di varie tipologie letali di munizioni. Nel proprio comunicato ha dichiarato:

“Pur accogliendo con favore la revoca dello stato di emergenza e i colloqui tra i funzionari del governo e le popolazioni indigene, il Comitato chiede che lo Stato cessi immediatamente e completamente l’uso della forza, che esula dagli standard internazionali stabiliti e che sta colpendo i bambini e gli adolescenti coinvolti in proteste e manifestazioni. Il Comitato sollecita indagini immediate sugli episodi segnalati di uso eccessivo della forza e violenza da parte degli agenti di sicurezza contro i bambini.”

Ginevra 28 giugno 2022 – Comitato ONU per i diritti dell’Infanzia – LINK

Gli eventi in Ecuador sono il primo segnale di come, in varie parti del mondo, il clima da “nuova guerra fredda” creatosi tra il blocco russo-cinese e l’Occidente a guida NATO stia provocando sempre più danni a tanti altri piccoli paesi generando una serie di conseguenze socio economiche a catena in tutti i Paesi del mondo. L’attenzione resta alta ma, come in Italia, il peso dei numerosi problemi e della guerra dopo la pandemia da Covid-19 lasciano intravedere all’orizzonte un periodo di instabilità interna ed estera per molte nazioni più piccole in giro per il globo.

Fonti

  1. Reportage esclusivo: in Ecuador è in corso una vera rivolta popolare – L’Indipendente – LINK; Indipendent – LINK
  2. What is Conaie and what are its 10 claims in Ecuador? – 17Blog – LINK
  3. OHCR “Ecuador: UN committee urges end to violence against children during protests” – LINK

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