Il successo della DAD

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“La didattica a distanza è un successo”, è così che esordisce il ministro Lucia Azzolina durante una conferenza stampa. “La DAD è un successo, la scuola può riaprire a Settembre. Le classi entreranno dimezzate a giorni alterni. Mentre una parte farà lezione in aula, l’altra sarà collegata online“. Continua così nella stessa conferenza stampa, sempre l’Azzolina, mentre parla di scuola.
Di classi, alunni, insegnanti, bidelli, registri, presidi, segretari, genitori, tutte quegli ingranaggi che danno vita a quella grande macchina di formazione e inclusione sociale che sia mai esistita.
Parla di scuola, lei, mentre dall’altra parte c’è la scuola – quella vera, s’intende – che si chiede interdetta : ma Azzolina, lei, c’è mai stata a scuola?

Da Dewey, Claparède, Decroly, Montessori, tanti tra i più grandi pedagogisti della scuola attiva del ‘900, il centro focale per la formazione del nuovo cittadino del mondo si è spostata dal mero apprendimento d’informazioni, allo stimolo continuo e profondo del confronto e del dibattito.
La scuola pubblica diventa scuola attiva, la scuola attiva diventa punto d’incontro, di scambio, di evoluzione. Fin dai tempi antichi, il permesso di sedere tra banchi veniva dato soltanto ai figli di nobili ed imperatori, pochi erano quelli che potevano permettersi una carica così elevata.
Lo scopo dell’educazione era quello di formare il perfetto scriba, il perfetto profeta, il perfetto uomo politico. Tutto il resto della popolazione, a lavoro.

Dal giorno della sua nascita, la scuola si è sempre posta un’unica domanda: cosa posso offrire alla mia società? E mentre l’offerta pedagogica si occupava di rispondere a tale quesito, milioni di bambini iniziavano a riempire i loro zaini colmi di sogni e speranze.
Parlare di una metodologia d’insegnamento che rifiuta il nozionismo significherebbe avvicinarci alla scuola del ‘68, in cui il calendario scolastico prevedeva giornalmente lezioni di dibattito e confronto. Ma significherebbe distaccarci, senza alcun dubbio, dalla scuola contemporanea, che riflette le basi della crescita umana e sociale dell’allievo tramite un’ottima formula: la riflessione e la conoscenza.

Come si conosce? S’apprende, s’impara. Ma come si impara a riflettere?

Col dibattito, col confronto. Il pensiero riflessivo è annidato di per sé nell’essere umano, ma trova fioritura soltanto tramite il dialogo col prossimo. La riflessione permette di apprendere qualcosa di nuovo, o di modificare un pensiero. Quest’addizione si quantifica in conoscenza.
Nel frattempo il dialogo si ammorbidisce, inizia a respirare. Diventiamo come piccole api capaci di saltare tra un fiore e l’altro senza alcun passo falso. Ma soprattutto diventiamo capaci di connetterci tra di noi, senza più paura della diversità. Questo è un altro spunto interessante e complesso, e l’Azzolina pare averlo dimenticato.

Impartire a tutta la popolazione l’obbligo scolastico significa dare per scontato che, al di là delle difficoltà economiche, psicologiche e sociali, tutte le genti saranno presenti in classe. Chi fa un discorso del genere, è qualcuno che non ha mai fatto parte di una scuola, più concretamente di una società. Le politiche welfare sul tema dell’inclusione scolastica si sono accese da sempre.
Nascono insegnanti di sostegno, attività BES (bisogni educativi speciali), i PON (programmi operativi Nazionali per la scuola), sostegno didattico, uffici doposcuola, inserimento della figura di uno psicologo all’interno delle classi, etc . Qualsiasi mezzo necessario, affinché si permetta a tutta la popolazione – nessuno escluso – la possibilità di imparare. Di saltare da uno status all’altro della vita in società. Ma questo l’Azzolina pare averlo dimenticato . Oppure non l’ha mai saputo.

Lo capiamo, quando afferma che la didattica a distanza è un successo. Lo capiamo quando dichiara la volontà di dimezzare le classi.

Cara Ministra, quante cose c’è bisogno che lei capisca.
Non tutte le famiglie posseggono un PC oppure una connessione internet importante. Ci sono soggetti con disabilità che difficilmente userebbero un PC, se non per giocare. I soggetti con disabilità hanno bisogno di una figura costantemente presente loro nel percorso di formazione. Quando i genitori riprenderanno la loro attività lavorativa, chi si prenderà cura di loro, una voce dietro ad un PC? Signora Ministra, quando parla così, ci fa pensare che lei in una classe non c’è mai davvero entrata. Non ha mai dialogato con un insegnante, con un genitore e, se permette, neanche con un ragazzo.

La corsa alla conquista del lavoro nel ventunesimo secolo nella quale concorrono tutti i nostri piccoli uomini, ha ucciso la motivazione più di quanto si possa credere. I rapporti tra genitori e figli sono cambiati del tutto. Non c’è più la figura del padre che indica la strada alla prole, il rapporto si basa oramai su uno quasi contrattualistico, in cui un adulto è pari – di maturità e autosufficienza – al proprio minore da accudire.
Dai giovani ci si aspetta intelligenza, determinazione, indipendenza. Di conseguenza nessun genitore è più disposto a determinare il futuro del proprio pargolo, tutt’altro. Devono pensarci loro, i giovani.

Più la società corre, più le incertezze divampano, più i giovani si allontanano dalla scuola, ultima capace di dare le risposte di cui hanno bisogno. Ma Azzolina, lei questo non lo sa. Difatti se chiede gli adolescenti divisi, significa che con loro non ci ha mai avuto a che fare. In questa fase così embrionale della loro vita, il gruppo dei pari diventa determinante per la creazione di una loro percezione del mondo e di conseguenza, della conquista di un loro posto nel mondo.

Dimezzare le classi, sostenere la DAD, rischierebbe non soltanto il collasso di un sistema scolastico già di per sé deturpato, ma l’uccisione dell’ultimo anello di congiunzione che lega i giovani al sistema sociale italiano. Pensiamoci bene, Ministra Azzolina.
Rischieremmo di tornare ai tempi in cui, tra quei banchi di scuola, sedersi risulterà un lusso accessibile soltanto a pochi. Pensiamoci bene, perché vedremo andar via il futuro dalle nostre mani. Si tornerà indietro inconsapevolmente verso un passato che ha inacidito il popolo, creando catarsi inevitabili all’interno della società.

Da qualche parte ho letto “Se pensi al passato per affrontare il futuro, rischi di pisciare sul presente“. Non so se lei abbia pensato al passato per ri-conquistare il futuro di milioni di giovani e ragazzi, già terrorizzati per un presente incerto. Insomma, non bastava quel senso nichilista che li affligge, mettici adesso anche la paura per il Covid e l’immobilità del mondo.


I giovani hanno bisogno dei giovani. Hanno bisogno di figure adulte di riferimento. Figure che possono toccare, che possono vedere con i loro occhi. Con le quali si possono relazione attivamente, attraverso un confronto acceso e reale che, per quanto la tecnologia aumenti di velocità e illusione, non sostituirà mai lo sguardo acceso di un viso bambino che si affaccia per la prima volta al mondo del lavoro, e al mondo della vita.
Ancora così fragile e incerto, ripensando le conquiste ricevute dei suoi idoli: professori, maestri, genitori.

Lei vuole togliere ai giovani tutto questo, a loro che ormai è già stato tolto tutto.


Giusi Mangiacapra

Napoli, 24 anni, laureanda in Servizio Sociale. Teatro, musica, cinema, bud's e diritti umani.

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