Eros, Philìa, Agàpe: l’amore declinato nell’antica Grecia

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«Voler scrivere l’amore significa affrontare il guazzabuglio del linguaggio: quella zona confusionale in cui il linguaggio è insieme troppo e troppo poco, eccessivo (per l’illimitata espansione dell’io, per la sommersione emotiva) e povero (per i codici entro i quali viene costretto e appiattito dall’amore).»

Frammenti di un discorso amoroso, Roland Barthes

Amore: sontuoso tripudio di lancinanti emozioni, linfa vitale che infiamma l’esistenza, sempiterno turbinio di pathos; fremito d’estasi, quando si è amati, flagello d’irrequietezza, quando non si è corrisposti. Turbamento e contentezza, affanno e beatitudine, empireo dei sensi e agonia dell’anima.

A-mors: già l’etimologia latina, probabilmente mendace, ma febbrilmente romantica, effigia questo sentimento come una superlativa condizione di assenza di morte. Quell’alfa privativa di scaturigine greca sottrae alla vita stessa il senso di angoscia.

Al cospetto dell’amore, la morte è accoratamente sconfitta. Tutto ciò che è inerte, stagnante, immobile, immoto si dilegua a gambe levate, quando di fronte impera, incontrastato, Eros. Egli, come nell’omonimo mito greco, non conosce la sonnolenta quiete della stasi, al contrario gironzola per il mondo, scoccando frecce che ingenerano il più forsennato sentire. E cos’è la stasi, se non ciò che è più prossimo alla morte?

«Eros che scioglie le membra mi scuote nuovamente: dolceamara invincibile belva»

Saffo

Nella glottologia greca, Ἔρως è diretta derivazione del verbo ἔραμαι (eramai), il cui significato è “amare ardentemente, bramare”. Eppure, in origine, non si frapponeva alcuna distinzione tra l’uso del vocabolo comune e il nome del dio greco, dal momento che con esso si usava designare un principio divino, che incessantemente istiga alla bellezza, un instancabile moto ondulatorio che conduce all’oggetto agognato.

Tuttavia, il camaleontico ἔρως trasfigura la sua forma, trasmutandosi in “Ιμερος (Himeros). V’è chi distingue le due entità divine, chi le assembla, giacché “Ιμερος è la scultorea riproduzione del desiderio fisico presente e subitaneo, che agogna solo ad essere prontamente soddisfatto.

Ma né Ἔρως né “Ιμερος appagano se stessi.

«E malvagio è quell’amante che è volgare e ama il corpo più dell’anima.»

Simposio, Platone

Declama la leggenda che Afrodite, dea della bellezza, si doleva del fatto che il suo figlioletto Eros non crescesse. Il fanciullo, infatti, non sarebbe mai maturato, finché non avrebbe goduto dell’amore di un fratello. La dea dell’Olimpo, congiungendosi ad Ares, diede alla luce Ἀντέρως (Anteros). Da quel momento i due fratelli trascorsero il tempo insieme, ma ogni qualvolta Anteros si allontanasse da Eros, quest’ultimo ritornava fanciullo. L’amore, per germogliare, necessita perentoriamente di essere corrisposto.

Tra i fratelli del dio alato, figura anche Πόθος (Pothos). Il sentimento amoroso incute una dolce sofferenza, quando l’oggetto desiderato è lontano o irraggiungibile, innescando un perpetuo e avvincente senso di “saudade”. Ecco perché lo sguardo del dio greco appare perduto e sognante: la nostalgia è fedele compagna di chi attende il ritorno del proprio amato, di chi culla se stesso nell’alveo di una libidinosa sehnsucht.

Denudandosi dalla sua connotazione erotica, l’amore si veste anche da disinteressato affetto: la ϕιλία (philìa). Phìlos dimentica la carne, prescinde da essa, dal tempo, dalla vita, dalla morte. Esso suggella l’alleanza delle anime al pari di fratelli di sangue, accarezzando le cime più pure dell’amore, perché privo della corruzione del desiderio. Philos è l’amico, il fratello, la persona alla quale si è legati da un’affezione platonica, alla quale è impensabile rinunciare, perché è solo con lei che si riesce a dipingere la foscoliana “corrispondenza d’amorosi sensi”.

Ed, infine, l’ἀγάπη (Agápē), che in latino si traduce con “caritas”. L’agàpe si inerpica sull’etereo altare del sacrificio di Cristo, che si immola per redimere il peccato dell’uomo, partorendo la forma irreprensibilmente imperfettibile dell’amore stesso. L’agape ignora l’angusto concetto del limite “umano, troppo umano”, al contrario consacra se stesso all’egida del trascendente kantiano: l’uomo non sarà mai in grado di nutrire il medesimo mastodontico e pantagruelico amore di Dio.

«Omnia vincit amor et nos cedamus amori»

(L’amore vince tutto, arrendiamoci anche noi all’amore)

Eneide, Publio Virgilio Marone

Clara Letizia Riccio

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