Il simbolo della ribellione: una storia del “Che”

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In un giorno d’ottobre, in terra boliviana, con cento colpi è morto Ernesto Che Guevara.

Francesco Guccini, Stagioni, 2000.

Non è facile parlare di un uomo che con la sua vita è diventato l’eponimo della rivoluzione. Un uomo che, stando al racconto storico, aveva ricevuto prima una cattedra universitaria e poi un posto nel governo cubano dopo la vittoria, rifiutando entrambi. Ernesto “Che” Guevara viene, ancora oggi, rappresentato in tantissime foto e numerosi graffiti con la foto chiamata “Guerrillero Heroico”, ormai diventata iconica. E lui stesso, forse suo malgrado, è diventato un simbolo della lotta contro i soprusi, della rivolta contro i potenti e simbolo sudamericano dell’ideale comunista.

Di parole e libri se ne sono spesi tantissimi eppure ognuna di queste fonti è capace di raffigurare solo alcuni degli aspetti che costituivano la caleidoscopica figura del Guevara. Questo perché la figura del “Che” ha attraversato il mondo intero con una sensazione mista tra l’eroico ed il liberatore di memoria sudamericana, sotto molti aspetti, dunque, la figura di Ernesto Guevara era indissolubilmente legata al Sud America ed alle figure di Simon Bolivar e di José de San Martin.

Nonostante ciò, la sua figura è stata capace di travalicare i confini geografici per diventare, lui stesso, uno dei simboli, ancora oggi, più utilizzati nel merchandising e sui graffiti delle città di tutto il mondo, per richiamarsi ad uno spirito rivoluzionario. Insomma lui, come uomo, è diventato un simbolo, sia per i gesti compiuti che per la morte.

Vita

Ernesto Guevara nacque a Rosario, in Argentina, il 14 Giugno 1928 da una famiglia borghese, di cui era il primogenito, figlio di Ernesto Rafael Guevara Lynch, un imprenditore del bestiame, e di Celia de la Serna, attivista politica e femminista militante, atea e anti-clericale. La coppia era colta e trasmise ai propri figli il gusto dell’avventura ed il grande amore per la letteratura.

Nel 1940, durante la seconda guerra mondiale, il padre di Ernesto si unì alla Accìon Argentina, un’organizzazione antifascista e lo stesso “Che”, a soli 12 anni, ottenne una tessera personale e si propose per la ricerca di nazisti che si trovavano in Argentina: questa fu, nei fatti, la sua prima esperienza di militanza, seguendo le orme del padre. Negli anni giovanili, mentre frequentava le scuole superiori, coltivava la passione per la letteratura trasmessagli dalla madre, leggendo anche in inglese e francese. Divenne medico, anche se la sua arte sarà applicata soprattutto sul campo di battaglia.

Svolta nella vita di Ernesto Guevara fu il viaggio in motocicletta per tutto il Sudamerica. Questo viaggio venne raccontato da lui stesso nel diario Latinoamericana; da questo lungo viaggio cominciò ad interessarsi alle questioni politiche, osservando la povertà presente in tutto il percorso. Egli, influenzato dalle letture marxiste fatte negli anni precedenti, giunse alla conclusione che solo la rivoluzione avrebbe potuto eliminare le diseguaglianze dell’America Latina. Inoltre immaginò il Sudamerica non come un gruppo di nazioni, ma come un’unica entità dove la strategia della rivoluzione dovesse avere un respiro continentale.

La rivoluzione cubana

Dopo essere stato in Guatemala, il “Che” si rifugiò in Messico, dove, dopo il matrimonio con la Gadea, prese contatto con Raùl Castro (che conosceva dai tempi del Guatemala), il quale gli presentò il fratello Fidel. La storia racconta che, dopo una lunga notte di discussioni, Guevara rimase profondamente colpito dalla figura di Castro e decise di unirsi a lui nell’impresa della rivoluzione cubana.

Nel frattempo, dopo che nacque la prima figlia da Gadea, nel 1955, Guevara aveva ottenuto la cattedra di filologia a Città del Messico, incarico accademico che rifiutò, nella prospettiva di unirsi ai rivoluzionari cubani. Durante questo periodo gli venne dato, dai compagni cubani, il soprannome Che (dovuto all’uso dell’intercalare che mentre parlava) che lo accompagnerà per il resto della vita.

Trionfo della Rivoluzione, Alberto Korda

In ogni caso, dopo una serie di peripezie, il Guevara con 82 uomini s’imbarcò per Cuba a bordo della Granma. Allo sbarco, il 2 Dicembre 1956 a Las Coloradas, furono attaccati dalle truppe del dittatore cubano Batista e metà di loro cadde sulla spiaggia, mentre altri vennero catturati e condannati a morte. Alla fine sopravvissero solo 12 uomini, tra cui il Guevara. Questi uomini, a cui si unirono altri 5, si riorganizzarono e fuggirono sulle montagne per condurre una guerriglia contro il regime cubano che era al potere.

L’avanzata verso L’Avana fu affidata proprio a Guevara e Cienfuegos, che, nonostante le difficoltà, raccolsero consensi tra la gente e continuarono la loro avanzata verso la capitale fino alla fine del 1958. Una delle ultime azioni del “Che” fu l’assalto a Santa Clara, evento che aprì la strada alla vittoria finale dei rivoluzionari, la quale venne ottenuta dopo una rapidissima avanzata finale, motivata dalle numerose defezioni, che costrinsero il dittatore Fulgencio Batista a fuggire a Santo Domingo il I Gennaio 1959. Con la fuga del dittatore, le truppe lealiste dichiararono la resa e l’8 Gennaio 1959 nacque la Repubblica di Cuba a guida socialista.

La breve esperienza di governo, l’allontanamento da Cuba e la rivoluzione mondiale

A Cuba, dunque, la rivoluzione aveva vinto.

Ma il lavoro da fare era tanto, l’isola era arretrata, gli Stati Uniti erano apertamente ostili e la situazione non si prospettava rosea. Già nel 1961, dopo meno di due anni, gli Stati Uniti provarono a rovesciare il governo rivoluzionario con l’ormai famosa operazione della CIA presso la Baia dei Porci, sotto ordine di John Fitzgerald Kennedy. Il tentativo fallì, ma questo atto avvicinò il governo cubano all’Unione Sovietica tanto da arrivare, poco tempo dopo, alla crisi dei missili di Cuba, il momento storico dove il mondo, per 8 giorni, rimase con il fiato sospeso nella paura di una guerra termonucleare.

Nel frattempo il Che coordinava vari sforzi in tutto il Sudamerica per la nascita di altri governi rivoluzionari. Inoltre, egli scriveva numerosi saggi sulla rivoluzione, prendendo sempre ad esempio il modello cubano, di cui era stato protagonista.

Qui mentre era presidente della banca di Cuba.

Il suo orientamento, dopo il ritiro dei missili da Cuba, divenne sempre più filocinese, mentre la sua visione del mondo cominciò a contrapporre il Nord del mondo contro i paesi del Sud del mondo, questi ultimi sfruttati per le loro risorse e lasciati in questo stato dagli stessi paesi socialisti e rivoluzionari, ma, nel frattempo, Cuba era diventata dipendente dall’Unione Sovietica e, quindi, la sua posizione non risultava più gradita ai vertici della stessa.

Dopo una breve scomparsa dalla vita pubblica, venne resa pubblica, dallo stesso Castro, una lettera del Che dove affermava che avrebbe lasciato tutti i suoi incarichi perché “altri Paesi nel mondo avevano bisogno dei suoi modesti sforzi”.

Era cominciata la Rivoluzione Mondiale del Che. Un altro lungo viaggio, come quello che fece molti anni prima per tutto il Sudamerica, ma stavolta per portare la libertà agli oppressi di tutto il mondo.

Il suo viaggio lo portò in Congo, dove venne ostacolato dai mercenari delle compagnie minerarie, ma il fallimento, qui, fu provocato, secondo lo stesso Guevara, dalle lotte intestine tra le varie fazioni della rivolta; dopo visse in clandestinità in altre parti del mondo fino al suo ultimo viaggio.

In un giorno d’ottobre, in terra boliviana, era tradito e perso Ernesto Che Guevara

Il Guevara, infatti, decise di unirsi ai movimenti rivoluzionari in Bolivia intorno al 1967, e qui venne aiutato da Fidel Castro, che comprò un terreno dove potesse addestrare i rivoluzionari boliviani alla guerriglia.

La guerra in Bolivia non fu facile e, nonostante le forti motivazioni dei boliviani, desiderosi di rovesciare il governo filo-americano, egli stesso venne tradito dall’interno del suo movimento da infiltrati della CIA, secondo la tesi comunemente accolta.

Sta di fatto che nell’ottobre 1967 il Che, tradito e perso, senza viveri e ormai circondato, venne catturato dall’esercito boliviano dopo essere stato ferito alle gambe. Il capo del governo boliviano, René Barrientos, ne ordinò l’uccisione, appena saputa la notizia. Il racconto della sua condanna a morte ha i tratti della leggenda: si narra che il sergente estratto a sorte si sia dovuto ubriacare e, per questo, sparandogli, lo colpì, per errore, al collo. Quale fosse la versione, il Guevara venne ucciso dal governo boliviano, che ne temeva il carisma e la carica umana.

Il corpo di Guevara, dopo essere stato esumato da una fossa comune insieme con i corpi dei suoi compagni cubani, venne riportato a Cuba, dove vivevano sua moglie ed i suoi figli, nel 1997 e seppellito a Santa Clara, luogo della sua più grande vittoria.

Si concludeva il lungo viaggio del Guevara, la cui tomba, ancora oggi, viene visitata da moltissime persone che soggiornano a Cuba, oltre che dagli stessi cubani. La sua statua riporta una sua famosa frase: “Hasta la victoria siempre”.

Il “Che” nel mondo d’oggi

Oggi la figura di Guevara viene ricordata e commemorata e, in parte, viene anche minimizzata. La sua foto più famosa (Guerrillero Heroico di Korda) è, ormai, possibile trovarla su milioni di magliette e miliardi di post sui social network, ma quanti ne conoscono la storia o la teoria politica?

E quindi, lui, che nel suo percorso ha rifiutato una vita comoda, da secondo di Castro, per continuare a liberare i popoli del mondo, non avrebbe apprezzato il vuoto omaggio senza l’azione concreta perché, secondo le sue parole, “chi lotta può perdere, chi non lotta ha già perso“. Ma la figura del “Che” continua ad attirare persone da ogni parte del mondo. Molti affermano di ispirarsi a lui, ma ci si può davvero ispirare ad una figura che, quasi da sola, è stata capace di cambiare il corso della storia?

Ed allora, è giusto ispirarsi a lui, alla sua lotta senza quartiere alle ingiustizie sociali? Questo era il suo lascito, infatti il suo “modesto sforzo” ha creato una generazione di rivoluzionari, ma dov’è finito lo spirito della lotta contro l’ingiustizia, in un mondo dove le ingiustizie proliferano in ogni angolo?

A questa domanda rispondeva lui stesso dicendo:

Siate sempre capaci di sentire nel più profondo qualsiasi ingiustizia, commessa contro chiunque, in qualsiasi parte del mondo. È la qualità più bella di un buon rivoluzionario

E allora possiamo dire che lo “spirito” battagliero e mai pago del Che continua a vivere nei cuori di milioni di persone, come anche le figure di Sankara, Jan Hus, Giordano Bruno e tanti altri che hanno fatto della lotta e dell’opposizione il loro stile di vita e si può concludere con un testo di Francesco Guccini:

Ma voi reazionari tremate, non sono finite le rivoluzioni.
E voi, a decine, che usate parole diverse, le stesse prigioni.

Da qualche parte un giorno, dove non si saprà,
dove non l’aspettate, il “Che” ritornerà.

Francesco Guccini, Stagioni, 2000

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