Corsa al Quirinale: oltre al genere – femminile – c’è di più

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Nell’Italia super moderna e super progressista del 2022 sorprendentemente v’è ancora chi, talvolta, ha l’ardire di mettere in discussione la parità dei sessi finalmente raggiunta, la dissipazione definitiva del patriarcato, la perpetua fine dell’era della discriminazione ai danni delle donne. Vi è ancora chi avanza dei dubbi sulla veridicità di queste affermazioni, chi ancora si chiede se non sia in balia della più megalomane menzogna a cui abbia mai assistito o, al contrario, come in una dimensione distopica, sia tutto veritiero.

Lapalissianamente chi si tortura ponendosi tali interrogativi, non si è accorto che nel belpaese edizione 2022 addirittura si è giunti al punto tale da godere dell’altissimo privilegio di destinare una donna alla carica di Presidente della Repubblica.

Anzi. Nientepopodimeno che è stato firmato un appello dalle più agguerrite paladine dei diritti delle donne, dalle instancabili apologete del progressismo femminista targato Nuova Democrazia Cristiana, in arte PD, per designare una donna come futuro PdR.

Nel polverone della sfrenata pletora di dibattiti circa l’elezione della più alta carica dello Stato – oramai pietra miliare dei talk show televisivi, fiore all’occhiello di qualunque edizione dei tg di qualunque canale della tv a qualunque orario del giorno e della notte – fa capolino a mo’ di cartina di tornasole che, di soppiatto, spiffera l’involuzione oscurantista, il regresso ridondante alla marcata (e da taluni gradita) dottrina patriarcale, l’accorato invito recante il nome di “una donna al Quirinale” – una qualunque, non importa chi.

Non importa se una delle candidate in questione circa un anno fa abbia proposto di distribuire i vaccini utilizzando il parametro del Pil: più ricco sei, più possibilità hai di vaccinarti; non interessa a nessuno se si ostini ad avvalersi ancora del cognome del marito – Maria Letizia Brichetto in Moratti; non è rilevante che nemmeno il più micrometrico residuo femminista – quello vero, però – rosicchi le sue intenzioni da eventuale PdR. 

Non importa neanche se una delle aspiranti PdR, attualmente presidente del Senato, tempo fa abbia giurato che Rubi Rubacuori sia la nipote di Mubarak e che, di tanto in tanto, si sollazzi a farsi trasportare in giro in lussuosi aerei di Stato – senza trascurare il dettaglio, ormai consuetudinario, che anche a lei piace da morire il cognome del marito, tanto da attribuirselo.

Eppure, geograficamente un po’ più a nord, proprio per inseguire ed ossequiare il mito del Presidente donna, a ricoprire la carica del Presidente del Parlamento europeo vi è una donna, sì, ma – pensate un po’ – contraria ad uno dei diritti fondamentali: l’aborto. E questo, nonostante il fatto che l’organo di cui è alla guida meno di un anno fa abbia approvato una risoluzione non vincolante che riconosce l’aborto come «prestazione sanitaria essenziale» e come «un diritto umano», definendo l’obiezione di coscienza come «negazione all’assistenza medica». E invece no: secondo Roberta Metsola, una donna non può godere di tale diritto neanche nell’ipotesi in cui sia stata vittima di violenza sessuale, in caso di incesto, pericolo di vita o malformazioni del feto.

Perché la teatralizzazione dell’antisessimo, quest’irrefrenabile anelito alla parità, anche a costo di veder svenduti i diritti per i quali si è lottato strenuamente, si dissolve in un batter d’occhio in vacui barocchismi, degni della più deprimente retorica.

Perché la verità è che anche nella paventata scelta di un PdR donna, non si può resistere alla tentazione di ricorrere a criteri di selezione improntati al maschilismo più conservatore, al sessismo più misogino possibile, mascherato di un nauseabondo buonismo che inneggia falsamente all’uguaglianza – questa, impossibile persino nel 2022.

Perché il vero, l’autentico, brulicante femminismo è fin troppo importuno, troppo disturbante, infastidisce, esaspera, pretende troppe risposte a domande irrisolte, si permette il lusso del dubbio – potrebbe persino realizzare finalmente la tanto agognata parità dei sessi. Per davvero, però.

Non è fortuito che al cospetto dell’eventualità di Liliana Segre in qualità di Capo dello Stato, gli scranni del Parlamento siano sussultati, che coloro le cui bocche traboccavano di politically correct, femminismo e chi più ne ha più ne metta, siano impalliditi dalla paura. E così con Elena Cattaneo, scienziata, nonché senatrice a vita.

Perché il vero di punto di rottura, il “malaugurato” oracolo che profetizza il cambiamento è proprio questo: eleggere un Presidente della Repubblica – che sia donna, uomo o transgender – avvalendosi della misura, ormai dimenticata, della meritevolezza, staccandosi dai vetusti e retrivi canoni democraticamente cristiani, al contrario appagando l’indomito, seppur silenzioso, desiderio di rivoluzione.

Peccato che il belpaese del 2022 rievochi la dantesca e medievale «serva Italia, di dolore ostello, nave sanza nocchiere in gran tempesta, non donna di province, ma bordello!».

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