Dalla piazza al carcere: le vicende di 11 studenti torinesi a seguito della manifestazione del 18 febbraio. 

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È il 21 gennaio 2022. Lorenzo Parelli, 18 anni, muore colpito da una trave di acciaio del peso di 150kg l’ultimo giorno di quella che è l’alternanza scuola-lavoro.

È il 14 febbraio 2022. Giuseppe Lenoci, 16 anni, muore in un incidente mentre partecipava ad uno stage presso un’azienda termoidraulica. 

È il 21 maggio 2022. Uno studente di 17 anni rimane gravemente ustionato in un’officina di Merano, dove si trovava per completare il percorso di alternanza scuola-lavoro.

I primi mesi del 2022 vengono spesso descritti come “scioccanti” rivolgendosi agli incidenti che si sono verificati sul luogo di lavoro ai danni di studenti. Eppure, guardando indietro negli anni arriviamo a Rovato, il 16 giugno 2021, quando uno studente di 16 anni è caduto da una piattaforma di 5 metri di altezza. Oppure a Cuneo, il 4 febbraio 2020, quando un ragazzo di 17 anni è stato travolto da una cancellata di ferro. Oppure a Montemurlo, il 13 giugno 2018, quando un altro studente di 17 anni, sempre durante uno stage, si è amputato parte di un dito utilizzando un trapano. Oppure a Udine, il 9 maggio 2018, quando l’ennesimo ragazzo impegnato in un tirocinio è stato colpito da un macchinario tagliente e ha dovuto subire l’amputazione del polso e della mano. Se oggi scegliamo di guardarci indietro e di guardarci intorno non possiamo scegliere di abbracciare la deresponsabilizzazione che la parola “shock” porta con sé per descrivere morti ed incidenti statisticamente così prevedibili. Molti studenti e studentesse l’hanno capito. 

Iniziano così proteste di condanna a morti ed incidenti sul lavoro avvenute in un sistema di alternanza scolastica che non offre alcuna garanzia di sicurezza, nonché ad un modello scolastico che insegna lo sfruttamento in un lavoro non sicuro e non remunerato. Diverse piazze di Italia si riempiono di un corpo studentesco in protesta: Torino, Milano, Roma, Napoli sono le piazze più vive. A manifestazioni di protesta pacifiche la polizia risponde con violenza innaturale. Mani vuote e volti scoperti di studenti e studentesse trovano a bloccargli la strada schiere di scudi e manganelli. In una totale assenza di proporzionalità, di fronte alle mani alzate riprese dai cellulari dei presenti, arrivano “cariche di alleggerimento”, spinte, mani alla gola, che producono teste rotte, ossa spezzate, stati di shock

È il 28 gennaio, siamo a Torino, in piazza Arbarello; la manifestazione non riesce a procedere. Sempre a gennaio un gruppo di 60 studenti, a Roma, si mobilita in protesta chiedendo un nuovo modello scolastico e un rientro in sicurezza; l’atto di protesta viene punito direttamente tra i banchi scolastici: i presidi decidono di sospendere i manifestanti e obbligarli a svolgere fino a 25 giorni di lavori socialmente utili all’interno della scuola. 

Ma le consultazioni studentesche continuano perché gli studenti non vogliono abbandonare le proprie rivendicazioni, le analisi e le proposte su una riforma del sistema scolastico ed educativo. Segue un grande ciclo di occupazioni studentesche, soprattutto nella città di Torino. Confindustria viene identificata come importante parte responsabile delle morti di Lorenzo Parelli e Giuseppe Lenoci. Così il 18 febbraio, è davanti la sede di Confindustria a Torino, che si svolge una nuova manifestazione studentesca. La protesta davanti i cancelli della Confederazione genera più conflittualità delle precedenti. 

È il 12 maggio, 11 studenti vengono denunciati: 4 sono agli arresti domiciliari e altri 4 hanno l’obbligo di firma. Per Emiliano, Francesco e Jacopo invece, viene disposto il carcere. È l’alba, una squadra della Digos irrompe nelle loro abitazioni per condurli all’istituto penitenziario. Ci sono state delle denunce a loro carico e dovranno essere svolte indagini per resistenza e lesioni a pubblico ufficiale. Non c’è stato però ancora alcun processo. Si tratta di misure cautelari. Il carcere come misura cautelare dovrebbe essere applicata durante le indagini preliminari nel caso in cui si tema che il soggetto indagato possa commettere di nuovo il reato, fuggire o inquinare le prove. I ragazzi però non sono stati coinvolti in nulla che rappresenti reiterazione del reato e sono completamente incensurati. La previsione che trapela è quella di almeno 3 anni di carcere. 

Vi sono state negli anni passati proteste in cui si sono registrati 200 poliziotti feriti per cui le condanne più alte sono state di poco superiori ai 2 anni. Tutti gli incensurati, invece, in quel caso, hanno ricevuto la sospensione condizionale della pena. Oggi, le misure attuate preventivamente nei confronti di studenti giovani e senza precedenti paiano al limite dell’abuso, in una situazione in cui l’apice è stato il danno ad uno zigomo di un poliziotto che aveva dimenticato di mettere il casco e ha ottenuto così una prognosi di 10 giorni.  

Viene anche da chiedersi come mai allora, dall’altro lato, a seguito dei fatti del 28 gennaio i ben più gravi 40 studenti feriti dalla polizia con prognosi fino a 30 giorni non hanno sporto denuncia?

La risposta è che a Torino il numero di casi di archiviazione relativi a procedimenti penali avviati su querela di persone che sono state picchiate dalle forze dell’ordine sono praticamente incalcolabili: “a Torino in questi casi”, dice la stessa avvocata deputata alla difesa dei ragazzi denunciati, “non si arriva nemmeno a processo”. 

È il 27 maggio, il tribunale del riesame consente a Jacopo ed Emiliano di passare dalla detenzione in carcere agli arresti domiciliari con il braccialetto elettronico. Tuttavia, per diversi giorni, i ragazzi saranno comunque costretti a rimanere nell’istituto penitenziario perché i braccialetti elettronici sembrano essere non disponibili, non si trovano.

È il 6 giugno, Jacopo ed Emiliano tornano a casa ammanettati e trasportati nel furgone della polizia penitenziaria per iniziare un periodo indefinitivo di arresti domiciliari. Così come Sara, 18 anni, costretta agli arresti domiciliari con l’accusa di “incitamento della folla”, denunciata perché parlava al megafono durante la manifestazione del 18 febbraio. 

Gli stessi arresti domiciliari vengono accordati ai ragazzi nella loro forma più restrittiva: viene vietata loro ogni forma di contatto con l’esterno. Le comunicazioni possono avvenire solo con chi vive all’interno della loro stessa abitazione. È impedito quindi avere qualsiasi tipo di contatto perfino con i loro genitori se non conviventi, sostenere esami, votare. 

Il tribunale del riesame ha deciso invece che Francesco, 20 anni, dovrà rimanere in carcere fino a data indefinita. 

La madre di uno dei ragazzi si dice convinta che nessun vero processo con 3 gradi di giudizio potrebbe condannare a tali pene i ragazzi denunciati ed è così che si punta a dar loro una pena esemplare prima che il processo avvenga. “Ma in uno stato di diritto”, afferma, “la pena si sconta dopo”. “Ci sarà un processo”, dice l’avvocata, “quello si che è educativo, ma non può esserlo un’applicazione di misure custodiali che hanno troppo la faccia di misure punitive e di monito. Questo non fa bene a nessuno. Non fa bene alla giustizia e non fa bene ai ragazzi”. 

Le dichiarazioni istituzionali scarseggiano, così come dialoghi e confronti. Il corpo studentesco pare essere visto come un corpo nemico da affrontare: il dissenso va spento, le proteste disincentivate, le richieste del corpo studentesco silenziate. Lo strumento è la punizione, le cariche della polizia, i lavori socialmente utili, le misure cautelari e quindi il carcere, l’obbligo di firma, gli arresti domiciliari. Non importa se si tratta di studenti e studentesse, di ragazze e ragazzi incensurati. Il dissenso, in questo Stato, a quanto pare va sedato sul nascere.

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