An American Daymare

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Sul ControVerso è stato pubblicato un articolo a firma di Giusi Mangiacapra, che ha tracciato uno spaccato della vicenda di George Floyd e della “giustizia” realizzata in America. Leggendo l’articolo della nostra collega e dopo aver provato a vedere il video (sì, signori, provato, non è roba da cuori deboli e fegati dolci) abbiamo potuto comprendere come la giustizia sia, troppo spesso, solo la scusa della prevaricazione del più forte sui più deboli. La vicenda di George Floyd si inserisce all’interno di uno spaccato concreto che avviene dentro la terra dell’American Dream.

Ma quanto è un sogno e quanto è un incubo ?

Sarebbe frettoloso, stupido ed irresponsabile ridurre tutti i problemi al solo caso di George Floyd. Ecco perché vanno tracciate le linee dei fattori, che hanno portato al caso di cui ora si parla.

Se osserviamo alcuni fatti, gli Stati Uniti non sono una grande patria della libertà. Troppo facile sarebbe il riferimento al fatto che non hanno un sistema sanitario nazionale pubblico o, quanto meno, misto. La sanità è appannaggio di chi può permettersi un’assicurazione, e questa può essere Basic, Premium, Golden e Platinum, (https://www.cnbc.com/2017/06/23/heres-how-much-the-average-american-spends-on-health-care.html) i cui costi sono lievitati tantissimo negli ultimi 40 anni arrivando a pesare in media 18.000 $ a famiglia, non spiccioli.

Il Paese delle grandi ingiustizie plutocratiche è il paese che ama esportare la democrazia nel mondo, un paese che è primo al mondo per la popolazione carceraria. E quest’ultima è composta principalmente da selezionati gruppi etnici: ispanici, afroamericani e pochissimi bianchi.

Inoltre, in America, prevale un culturale individualismo: questo punisce le minoranze, in quanto il reddito è mediamente più basso per certune tra esse, le quali vengono sempre più emarginate.

Lo stesso diritto di voto di questi gruppi viene limitato. In ben sei Stati oltre il 7% dei cittadini non ha il diritto di voto, poiché colpiti dalle leggi di Felony Disenfranchisement, cioè la perdita dell’elettorato attivo per una larghissima parte dei cittadini. E indovinate chi sono i principali gruppi etnici colpiti? Sì, proprio gli afroamericani e gli ispanici, come segnalato perfettamente dalle statistiche di questo articolo. Nella stessa Florida, decisiva per l’attuale Presidente Trump, oltre un elettore su cinque risulta interdetto. E sempre qui, nonostante un referendum fatto nel 2018 per “riconsegnare” il diritto di voto ad oltre 1 milione di persone, l’amministrazione repubblicana dello Stato sta, di nuovo, impedendo che costoro possano ricevere un loro diritto a determinare la politica del loro Stato, rallentando l’esecuzione del referendum (del resto le presidenziali sono previste per quest’anno).

Tutte queste pratiche sono parte delle strategie chiamate voter suppression (eliminazione di elettori) e sono adottate in molti Stati del Sud per influenzare l’andamento elettorale, andando ad incidere verso particolari gruppi. Tale andamento è chiaro nel caso della privazione del voto agli ex-detenuti, mentre risulta essere ancora più subdolo, quando si entra nel terreno delle complicate procedure per essere iscritti alle liste dei votanti.

Con la scusa di evitare brogli elettorali, in molti Stati andare a votare è diventato un autentico inferno burocratico, disincentivando gli elettori ad esercitare un loro diritto, e la cosa è stata denunciata anche dal Washington Post, qui, dove spiega che in 14 Stati le procedure elettorali sono state rese ancora più difficili (questo per le elezioni 2016, chissà cosa succederà per il 2020).

Ma questi dati, da soli, non basterebbero a spiegare lo stato di profonda divisione, che vive la patria della libertà. Le differenze economiche sono diventate profondissime e la cosa si vede dalla gentrificazione di certe aree urbane.

C’è stata un’autentica “sistemazione” di certe fasce (e razze) della popolazione verso certe aree del tessuto urbano. Infatti, in America vi è il fenomeno delle inner-cities (traducibile come città interne o città nelle città), dove vivono e lavorano delle minoranze. Queste sono il frutto di una determinata scelta politica, da parte di alcuni Stati, per mantenere, sotto il profilo delle pianificazioni urbane, la segregazione razziale: non più ghetti, ma non molto lontani come concetto. Invece, sempre in periferia, vengono edificati i suburbs, che rappresentano il nostro ideale della casa americana di periferia, con patio e garage e ragazzetto che lancia i giornali dalla bicicletta. In questi ultimi, definibili come periferia gentrificata, vive la classe media americana, ed il gruppo razziale preponderante è quello dei bianchi.

È nelle inner-cities che si concentrano i crimini, e la violenza è spesso padrona di questi luoghi. Da qui la dimostrazione che, in certi posti, il sogno americano non è mai arrivato, ma sono rimasti, in realtà, gli strascichi della segregazione razziale.

Da qui nasce lo scontro razziale che l’America sta vivendo: la creazione di situazioni sempre più divisive dovute all’allargamento della forbice economica tra i più ricchi ed i più poveri, mentre la classe media deve sopravvivere comprando, utilizzando le carte di credito con tassi di interesse altissimi. Questi motivi hanno trascinato il mondo nella Grande Recessione ed il divario sta, da anni, trascinando l’America verso la guerra razziale.

Non è un caso che il 7% degli afroamericani in Minnesota sia colpito dal felony disenfranchisement. La maggior parte degli arresti per crimini comuni hanno per protagonisti giovani afroamericani che non potranno votare alle elezioni

Questa eredità razzista (visto che il felony colpisce soprattutto gli afroamericani) continua ad essere perpetrata in quasi tutti gli Stati con una maggiore rilevanza negli stati del “Profondo Sud” americano (per intenderci le stesse nazioni, dove fino agli anni 60 c’era la segregazione dei neri).

Vi chiederete, allora, da dove nascano le immense proteste, l’odio razziale della polizia e tutte queste cose che ci stanno facendo conoscere i giornali. Vengono tutte da questi fattori, diseguaglianza economica, criminalizzazione dei piccoli reati, specie se commessi da neri, violenza come sistema da parte delle forze dell’ordine e tanto altro. Come ha segnalato anche Michael Moore, la popolazione carceraria è aumentata drammaticamente negli anni Ottanta a seguito dell’Anti-Drug Abuse Act, firmato da Ronald Reagan e quest’aumento ha interessato specialmente gli afroamericani.

Eppure c’è un altro fattore da considerare, legato al primato della popolazione carceraria: il fenomeno delle carceri “privatizzate”, la gestione dei detenuti è diventata ormai un normale business. Tenere i detenuti è ora una fonte di profitto per certe società, vi è quindi un interesse affinché vi sia un’abbondante popolazione carceraria da mantenere. Oggi, in America, ci sono oltre 2 milioni di persone detenute con un rapporto di 666 detenuti ogni 100.000 abitanti, il rapporto più alto al mondo. Ci sono città dove un adulto nero su due è un detenuto o un ex detenuto ( e spesso non può votare). Le risposte all’iniziale problema del sovraffollamento portarono al crescere della privatizzazione del sistema carcerario. Lo stesso Trump, appena eletto Presidente, ha annullato le linee guida della precedente amministrazione, che tendevano a limitare il modello privato nella gestione carceraria, e le aziende interessate hanno speso oltre 5 milioni di dollari in attività di lobbying per mantenere attivo il loro introito.

Il giro d’affari di queste società è dell’ordine di miliardi di dollari e, certamente, non hanno alcun interesse a spingere verso una legislazione penale maggiormente tesa alla rieducazione del condannato. Il loro obiettivo è fare profitto, ed il profitto arriva, se c’è carne fresca che giunge nella macina.

Detto questo, è facile osservare come un’azienda, che tenda al profitto, punti più a tagliare i costi che a migliorare i servizi resi ai detenuti. Oltre all’emergenza legata alle cure sanitarie per i detenuti (http://www.sentencingproject.org/publications/6-million-lost-voters-state-level-estimates-felony-disenfranchisement-2016/) , vari articoli hanno segnalato il cibo scadente, una riabilitazione inesistente ed il trattamento brutale dei detenuti. Altre inchieste hanno segnalato di come tali società usassero i detenuti come lavoratori a 25 centesimi l’ora e, in caso di rifiuto, essi venissero portati in isolamento.

È quindi sorprendente il caso di George Floyd?

È l’intero sistema ad essere marcio fino al midollo, ma non credete che la cosa finisca negli Stati Uniti.

La verità è che le carceri private stanno prendendo piede anche in Europa. Il caso eclatante è stato un carcere minorile nel Regno Unito denunciato per maltrattamenti sui giovani lì detenuti. (https://www.theguardian.com/society/2019/jan/30/scandal-hit-childrens-prison-still-restraining-inmates-unlawfully-report)

La guerra tra razze è stata solo nascosta sotto al tappeto, ma citando Giusi:

Essere neri significa essere criminali, significa essere sporchi, essere ladri. Non importa quanto successo potrai avere negli studi, nella carriera, ci sarà sempre qualcuno dall’altro lato che penserà chissà dove l’hai rubata questa macchina.

Ed ha ragione. Il problema non sono i cittadini in sé, è l’intero sistema che porta all’emarginazione una certa fascia di popolazione, specificatamente nera, attraverso il furto del diritto di voto anche per piccoli reati (specie nel Sud) ed attraverso una politica criminale che, da un lato, è interessata a portare in carcere quanta più gente possibile (anche fumare una canna è galera in certi Stati) e, dall’altro, perseguendo persone di alcuni specifici gruppi etnici (nel nostro caso soprattutto afroamericani).

Si è davvero la terra della libertà, se hai abbastanza soldi, il giusto colore della pelle e sei anche particolarmente fortunato.

Risulta incomprensibile come un paese del genere possa ergersi a guida del mondo libero, specie con il suo attuale Presidente, dove anche i diritti basilari di tantissimi (non solo neri) vengono calpestati ogni giorno nel nome del profitto.

La salute? Devi pagare. La cultura? Devi pagare. La libertà? Devi essere la persona giusta e pagare.

Hanno chiuso tutta questa fascia di popolazione in dei ghetti (anzi inner-cities, per mettere dentro specifici gruppi etnici) lasciando che si azzannassero tra loro (molto frequenti gli scontri tra gang ispaniche e afroamericano) e lasciando vivere tranquilli coloro che potevano permettersi il centro città.

Queste sono le condizioni sociali ed umane in cui è maturato l’omicidio di Floyd George; da ciò sono nate le tensioni razziali che stanno vivendo adesso gli Stati Uniti. In un sistema del genere, tutte queste ragioni sono sempre pronte ad esplodere perché in realtà queste sono sempre sotto traccia.

È davvero una terra di opportunità, è davvero un incubo per chi non vive il sogno americano. Non è rischioso pensare che ci saranno altri George Floyd.

Gli USA, ancora una volta, si dimostrano una vera patria della libertà.

War never changes.


Leggete anche l’articolo originale di Giusi sulla vicenda di George Floyd.

Gianmarco Polico

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